Viaggio di un padre

Testo di Leonardo Caffo
Fotografie di Bea De Giacomo

“Noi profani siamo sempre stati intensamente curiosi di sapere”
Sigmund Freud

Tutto, proprio tutto intendo se sai osservarne il senso, forse è davvero bello. Ho viaggiato in lungo e in largo in questi anni per cercare, come dire, il bene delle cose: l’India, il Sud America, il Sudest Asiatico, eppure mai avrei pensato che, improvviso, arrivasse un viaggio diverso che mi costringesse a star fermo e muovermi, per così dire, all’interno. E dire che la filosofia, forse, avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa. E invece, come sempre, no. Mentre scrivo questo righe ho trent’anni e da qualche mese, senza che nulla fosse stato pianificato, ho scoperto che sto per diventare papà. Il viaggio che sto per fare adesso, un viaggio importante, riguarda un passaggio di status: dall’essere figlio al divenire padre; un viaggio per cui non esistono guide o manuali, sentieri turistici o itinerari autentici, un viaggio per cui esiste solo il coraggio di oltrepassare la linea. Dal non voler crescere al dover crescere per forza il passo, purtroppo, è davvero breve e non sempre, anche se proviamo vergogna, siamo attrezzati per farlo. La mia compagna di viaggio combatte da anni contro un demone, un demone che non conoscevo e che investe la sua vita mentale, che mi costringe a muovermi con la consapevolezza di un esploratore che decide di raggiungere la cima di una montagna senza avere nessuna certezza dell’esito del viaggio: solo, vicino all’intelligenza poderosa che soltanto chi ha più personalità entro sé può scatenarti addosso, mi preparo a superare i bordi bloccati in cui è suddivisa la nostra esistenza con un unico coltello tra i denti. È il coltello che da Hemingway a Keyserling accompagna ogni viaggiatore: la speranza che il sentiero che percorreremo possa ridarci un senso nuovo e più pieno dell’esistenza che stavamo vivendo. Solo per chi non ha speranza, credo, ci mettiamo davvero in cammino.

Spostarsi, del resto, significa anche etimologicamente cacciarsi via dal posto che stavamo occupando: “esci dal tuo corpo”, diceva Artaud, “l’hai occupato anche per troppo tempo”. L’idea che viaggiare sia “piacevole” o “rilassante”, in effetti, è qualcosa che appartiene al turismo più bieco; ogni viaggiatore, invece, sa che muoversi significa soprattutto accettare sofferenza, spaesamento, caos, a vantaggio di un bene superiore su cui stiamo scommettendo e che no, purtroppo, non costituisce per il solo fatto di essere inseguito un sentore del suo raggiungimento. I viaggi fisici fatti negli anni, i treni notturni nell’Asia più profonda, le favelas colombiane o i digiuni cubani, oggi mi sembrano avermi preparato a questa stasi in movimento che proietta la luce di marzo – quella in cui nascerà Morgana – ma anche la luce del presente, quella in cui nel mio viaggio sono accompagnato da personalità straniere, sempre nuove, le cui lingue cambiano di continuo senza accennare a suoni familiari e le cui usanze spesso non comprendo e mi feriscono. Tutta la diversità vista per il mondo, tutte le pagine dei libri letti negli archivi che ho visitato, oggi hanno lo sguardo della madre di mia figlia e io, io che so che la psichiatria sta alla vita umana come il villaggio turistico al viaggio, non potevo farmi trovare impreparato. Questo è il mio viaggio più importante. Questo è il mio viaggio.

La retorica sulla diversità come valore, quella che si risolve nella morale della convivenza immediata e ovvia tra culture, è comprensibile finché non ti ci ritrovi all’interno – gettato in un mondo non tuo: in quanti viaggi, vicino a usanze e odori a noi incompresi, a cibi indesiderati e condizioni igieniche surreali, abbiamo fatto vacillare l’etica dell’accoglienza che sorvegliava, silente, il nostro soggiorno di casa arredato con le riviste d’avventura? Dirlo, certo, per troppi è impossibile: “non sai quanto ho imparato”, “non sai che paese strano”, “non sai cosa ho mangiato”, “non sai dove dormivamo certe notti”. La sostanza, che poi è la morale della favola, è che ogni viaggio (quel “non sai …”) implica un ritorno che profuma di salvezza ma questo mio nuovo spostamento, no: non questa volta. Divenire padre, diventarlo con l’itinerario che ho scoperto di dover fare, significa acquistare un biglietto di sola andata: la vetta, che oggi ha il nome di Morgana, merita il rischio dei modi in cui dovrò tentare di raggiungerla.

Convivere con la diversità, sentirsi in viaggio perennemente, non significa andare e tornare: è un po’ come trasferirsi in un paese straniero ma con la consapevolezza di restare straniero per sempre. Essere a casa degli altri, altri che sono altri anche a se stessi, considerarla temporaneamente propria. In fondo, mentre mi muovo con la mente ormai stando fermo con il corpo in questa casa, mi rendo conto che questa mia storia, come tutte le altre storie, è un fatto che appartiene al vocabolario universale: per vivere insieme bisogna, innanzitutto, non avere attese. L’aspettativa genera delusione, la vita come il viaggio è un affare che acquista senso solo se sostituiamo la categoria dell’attendersi qualcosa con quella dello stupirsi di qualcosa. Ci stupiamo, dunque siamo.

Viaggio, mi muovo in continuazione anche stando fermo  tra queste quattro mura: un giorno lei è indiana, un’altra volta è pakistana, una mattina sembra svizzera, la stessa sera è congolese e si risveglierà aborigena. Non c’è passaporto, per questo mio viaggio nella paternità che viene, perché non c’è né visto né frontiera quando tutto è già borderline – cioè davvero oltre ogni linea: i confini ci aiutano a prepararci alla diversità ma la loro assenza, che poi è un’invasione, abitua invece a essere sempre pronti all’abbandono del luogo che generava la stasi. Un mondo di migranti, come il mondo nomade teorizzato proprio dai filosofi dell’anti-psichiatria (Deleuze, Foucault, …) che studiavo da ragazzo, è un mondo in cui scompare ogni possibile dialettica binaria: amico o nemico, compagno o solitario, normale o pazzo, debole o forte. Ma padre e figlio? No, questa resta, e deve restare: ci sono cose che il viaggio, anche il più intimo, forse non trasforma e lascia solide ad aspettarci – è per la vita che viene, per quella che arriva improvvisa, che proviamo ancora a raccontare che ogni geografia, come ogni codice normativo, esiste solo per essere infranto.

Inizio il viaggio.
Tutto, appunto, è davvero bellissimo.

Line Alba è un progetto della fotografa Bea De Giacomo. “Attraverso la mia ricerca, specialmente con il ritratto,  ristabilisco nuove connessioni tra me e la mia famiglia. Durante questo momento intimo e privato, la natura della mia relazione con loro evolve e trova nuovi significati. In Linea Alba mi sono concentrata sulla gravidanza di mia sorella, soprattutto sul suo ventre, ed ho esplorato con lei la relazione tra il suo corpo in trasformazione e lo spazio, mentre davo inizio a un legame con suo figlio.”

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