Domingo Milella in dialogo con Francesco Zanot

Memorie / Futuro

Attraversando bagliori nel buio, alla velocità della luce, qui 400 secoli di immagini si incontrano, dai primi segni dell’uomo nel Paleolitico superiore al nostro contemporaneo digitale. Su questo binario di domande e ricerca il lavoro di Milella sull’immemore e l’astrazione ci pone davanti a un grande mistero. Perché le immagini? Quante immagini? Quali immagini? Dove finiranno le nostre immaginazioni? La fotografia qui appare sia per il curatore sia per l’artista come un mezzo tecnico con cui viaggiare nello spazio tempo. L’illeggibilità delle origini incontra la nostra difficoltà a vedere il presente, a immaginare il domani.

Franceso Zanot: Hai iniziato a fotografare nelle caverne nel 2015. Da allora per molti anni sei andato alla ricerca delle tracce lasciate dagli uomini nel corso dei millenni sulle pareti nude di questi luoghi nascosti. Sei passato dalla luce abbagliante delle immagini che avevi realizzato fino a quel momento in Italia, Egitto, Grecia, Turchia, Messico e molti altri Paesi in tutto il mondo, all’oscurità che si trova scendendo nella pancia della terra. Come hai affrontato questo passaggio dalla luce all’ombra, dal chiaro allo scuro, dal sole alla sua totale negazione? Nel film Sunshine di Danny Boyle, lo psichiatra che si trova sulla navicella spaziale dove si svolge l’intera storia dice a un certo punto: “La caratteristica del buio è che ci galleggi dentro: tu e l’oscurità siete separati l’uno dall’altra perché l’oscurità è assenza di qualcosa, è un vuoto. La luce, al contrario, ti avvolge. Diventa parte di te”.

Domingo Milella: Dopo alcuni anni di pratica artistica, a 33 anni ho avuto una profonda crisi emotiva, sono sprofondato. Questo cadere verso il basso mi ha portato dentro la caverna. Non credo di aver scelto la preistoria e le origini, diciamo che ne ho avuto bisogno. La prima volta che mi hanno visto aprire un banco ottico 20 x 25cm dentro una caverna istoriata, al buio, nel fango, hanno pensato fossi pazzo. Lavorare nelle viscere della terra è difficilissimo, ci sono spazi enormi e oscuri, altre volte lo spazio è talmente ristretto che bisogna lavorare con il volto schiacciato contro la pietra. La caverna fa paura eppure ti accoglie. Penso che portare il banco ottico nel buio abbia acceso in me una luce. Il grande incendio del digitale e le domande che questo pone mi hanno spinto a cercare le prime immagini. La fotografia analogica richiede oscurità e acqua, argento e immagini minerali…Grotta, Occhio, Camera Obscura e Mente Umana non sono cose poi così lontane. Recentemente una studentessa dopo aver visto questa ricerca ha detto: “nel buio non esistono distanze”. 

FZ: Le opere che hai realizzato all’interno di queste caverne non riguardano soltanto il passato. I graffiti al centro delle tue immagini hanno infatti una qualità atemporale. Nonostante siano stati realizzati nell’antichità remota sembrano spesso opere astratte di pittori contemporanei, così come potrebbero addirittura appartenere ad artisti futuri che devono ancora nascere. Il tempo si comprime fino quasi a sparire. Questo tuo lavoro ci fa sperimentare una sorta di sospensione magica e irrazionale. Scardina la tensione che viene dalla consapevolezza dello scorrere inesorabile dei minuti, delle ore, degli anni e delle ere geologiche. Siamo fuori dal tempo.

DM: “OUTATIME”, questa è la targa della DeLorean,, la macchina del tempo di Ritorno al futuro. Viaggiando nel passato si cambia il presente, si modifica il futuro… Penso che tutta l’arte sia sempre stata un tentativo di mettere in relazione visibile e invisibile. Sono molto interessato a questa fuga dal presente, fuoriuscita dalla moda, per andare alla ricerca dell’universale. Tornando alla tua prima domanda, credo che non esista sulla terra un luogo tanto buio quanto la caverna, l’arte segreta nascosta dai nostri fratelli e sorelle quattrocento secoli fa ha un legame con l’eterno. Solo lo spazio profondo, lontano dalle stelle, è buio quanto la pancia della terra, i nostri occhi chiusi, la nostra mente durante il sonno. Ho letto di recente che sappiamo poco dei sogni, poco anche del nostro cervello, delle origini dell’arte non sappiamo niente. Anche nel profondo del mare non possiamo davvero scrutare. Siamo occupatissimi dagli algoritmi, dall’AI, dallo schermo, ma sappiamo pochissimo dei segni geometrici dell’arte delle origini. Eppure devono esser stati per chi li ha realizzati dei segnali per l’avvenire. Cosa stiamo preparando noi per il domani?

FZ: Sì, per molti dei disegni che sono stati rinvenuti all’interno di queste caverne non esiste un’interpretazione certa, ma soltanto alcune ipotesi. Nella nostra epoca questa è una circostanza praticamente inaccettabile. Viviamo nell’era in cui ogni cosa deve avere una spiegazione, e pensare che ci siano iscrizioni tanto antiche e semplici che tuttavia non si riesce ancora a decifrare suona come un paradosso. Di fronte a questi segni proviamo così un senso di smarrimento, ma anche di libertà. Hai parlato d’invisibile, di universale. Questi termini hanno una relazione con lo sconosciuto, o inconoscibile, che mi sembra costituisca uno dei fili che percorrono tutto il tuo lavoro dall’inizio fino a oggi. È così? Stai utilizzando uno strumento basato su un impianto tecnico-scientifico come la fotografia per sottolineare le lacune che stanno alla base di questo stesso paradigma?

DM: Penso di avere usato la fotografia innanzitutto come forma di estrazione. All’inizio cercavo con la fotografia, arte dell’istante, di ampliare il tempo… Poi l’estrazione si è fatta scavo, e nel buco che si stava creando alla fine ci sono caduto io, un buco nero, interstellare, di collegamenti multipli. Lungo questo percorso ho scoperto l’astrazione. Mi piace chiamarla azione delle stelle: astra-azione. Prima cercavo le immagini fuori da me, poi ho cominciato a trovarle dentro di me. Attraverso questo processo sono arrivato a realizzare anche le mie immagini che considero più libere, fatte con l’iPhone mentre cammino in diverse città del mondo, ascoltando musica. Ho raccolto per strada migliaia di superfici astratte, rintracciando una forma di parentela tra i segni delle caverne e i graffiti del presente. Sono passato dall’estensione alla compressione o viceversa. È come se mi fossi concentrato sulla sabbia che scorre al centro della clessidra.

FZ: Sì, dopo avere fotografato per tanti anni all’interno delle caverne, ti sei poi concentrato su una forma simile di rappresentazione spontanea o in ogni caso non del tutto codificata: i graffiti che marchiano la pelle dei centri abitati contemporanei. Al di là del tema del segno, che come dici tu unisce questi soggetti, credo che ce ne sia un altro che percorre tutto il tuo lavoro: quello della roccia, della pietra, della parete. Il tuo primo libro, pubblicato da Steidl nel 2015, era costellato da queste presenze, dai camini delle fate della Cappadocia alle tombe arcaiche fino alle scogliere di Polignano. Poi sono venute le caverne sotterranee e infine i muri delle città. Cosa ti porta verso questo tipo di presenze, questa materia densa e pesante?

DM: Le tue parole mi fanno pensare alla montagna. In senso letterale ma anche simbolico, un riferimento, un limite, una massa. Quando ero bambino sapevo fare solo un disegno, quello del profilo del massiccio del Pollino visto dalla baia di Sibari, dove ho trascorso tutte le estati della mia infanzia. Nel 2014 per un certo periodo sono tornato a rifugiarmi in quei luoghi. Mi sentivo debole e una delle inspiegabili paure che avevo era che quelle montagne potessero svanire. Mi sembrava di essere tornato al 2001, quando con i miei occhi vidi cadere la seconda delle Twin Towers. Ho letto che tra i ghiacci del polo e nelle montagne del profondo nord stiamo costruendo enormi archivi dove sono conservati, tra le altre cose, i semi dei vegetali di tutto il mondo o le matrici dei documenti più importanti, per proteggerli da eventuali cataclismi, rivoluzioni o epidemie. Per proteggerli da noi stessi? Penso che il mio lavoro sia una reazione a tutto questo. La pietra alla fine è una sorta di memoria del tempo cosmico. La mia fotografia cerca l’immemore.

FZ: A proposito di segreti e della commistione tra realtà e astrazione che sta alla base del tuo lavoro, in particolare, negli ultimi anni, mi viene in mente una frase di David Lynch: “Life is filled with abstractions”. Mi sembra una formula straordinariamente riuscita per esprimere il rapporto che abbiamo quotidianamente con tutto ciò che non conosciamo, non credi?

DM: La prima musicassetta che ho comprato quando ero una ragazzino era proprio la colonna sonora di Twin Peaks, la sigla mi piaceva moltissimo. Penso che il pensiero astratto, una delle facoltà che ci rende umani, sia un modo per dare forma all’informe, per addomesticare l’ignoto. Forse era questa la funzione dei grandi animali dipinti al buio nelle grotte, così come quella delle pale d’altare, dei grandi mosaici, del cinema, degli influencer che oggi costituiscono i sacerdoti di una sorta di religione elettrica e portatile. Cosa ci vuole dire il piccolo “Man from Another Place” che parla al contrario in Twin Peaks? La maggior parte dell’arte e del sapere di cui godiamo oggi ha in qualche modo a che fare con la morte. Ho letto un pezzo molto bello di James Hillman recentemente. Sembra che i sogni siano in qualche modo degli strumenti per connettersi con il profondo, ma anche per immaginare il futuro, per affrontare la morte. Sembra che quelle parti del cervello che producono immagini mentre dormiamo, generino anche una speciale alchimia tra passato e futuro, memorie future nel sonno e nel sogno. Prevedere in fin dei conti non significa soltanto guardare avanti, ma anche indietro, nel tempo, nello spazio, dentro di noi…