Emozioni a me!

Testo di Angelo Flaccavento
Fotografie di Kacper Kasprzyk
Fashion Editor Tanya Jones

La moda è il settore produttivo più insostenibile che esista, motivo per cui l’ossessione contemporanea per la sostenibilità mi rende a dir poco diffidente. Suona pericolosa alle mie orecchie, quasi un’iniziativa superflua della comunicazione, un modo per fare proclami e attirare l’attenzione generale senza implicazioni reali; una subdola strategia per provocare sorpresa e soggezione, qualcosa di più che turlupinare qualcuno. Ancora peggio quando la sostenibilità entra nel diffuso circolo vizioso del moralismo che sta avvelenando il dibattito culturale contemporaneo, estremizzando le posizioni e lasciando al dialogo costruttivo uno spazio irrilevante, se mai c’è. Questa, chiaramente, è una generalizzazione forzata: mi affido all’esagerazione per spiegare le mie opinioni in materia. Abbiate pazienza: in fondo, anche questa è comunicazione.

La moda, in sostanza, è un meccanismo inquinante che coinvolge tutto e diffonde senza interruzione ideali sempre nuovi di bellezza tramite il martellio di un rinnovamento continuo, concepito come antidoto al passare del tempo e come toccasana nei confronti della paura tipicamente umana della morte che si avvicina con il passare dei giorni e degli anni. La moda propugna la salvezza dalla vecchiaia e dal declino – un bisogno profondamente umano –, ma lo fa imponendo un prezzo cospicuo, grazie ad alcuni prodotti e, in definitiva, suggerendo che l’unica strada per andare avanti è quella di dedicarsi a consumi costosi. La moda fa ciò minando le certezze personali, avvelenando le menti e svuotando i portafogli, facendoci sembrare tutti bellissimi oppure, ancora meglio, convincendoci di sembrare stupendi, ma soltanto fino a quando non subentra la tendenza successiva. Quando si tratta di essere au curant, more è decisamente more, in sintesi il più insostenibile di tutti i modelli comportamentali. In fin dei conti, tutto consiste nel comprare qualcosa: il punto vincente del capitalismo. Fine dello sfogo.

Nonostante questa situazione, infatti, di recente la moda ha scoperto la sostenibilità, intesa non soltanto come una moneta ben spendibile ai fini della comunicazione, per così dire, ma anche, e per fortuna, come un processo produttivo possibile grazie a tessuti ecologici, lavorazioni a basso impatto ambientale e responsabilità sociale. Era ora: in qualità di abitanti di questo pianeta, dobbiamo tutti vivere, produrre e consumare in modo responsabile. È questione di coscienza, non è una posizione politica, anche se – tenuto conto dei tempi che stiamo vivendo – un’affermazione così semplice si è trasformata in qualcosa di aggressivamente politico. In tutta sincerità, la sostenibilità assoluta, nella moda come in qualsiasi altro settore, è pressoché utopia. Noi che apparteniamo alla specie umana siamo profondamente ostili ai nostri simili e così pure al nostro ambiente, perché ci piace distruggere. Lo so, quando si tratta di natura umana sono pessimista. I tessuti sostenibili sono fantastici, e altrettanto vale per una filiera sostenibile, ma qualsiasi cosa facciamo, che ci piaccia o meno, che noi lo si capisca o meno, deteriora l’ambiente. L’inquinamento e i consumi sono scritti nel nostro DNA, ma noi – animali pensanti in grado di creare cose a cui madre Natura non ha dato origine – possiamo contrastare il nostro essere e comportarci in modo diverso. Certo, per farlo sono necessari un certo impegno e molta intelligenza che, per la maggior parte del tempo, non ci appartengono.

Per il momento, omettendo il fatto che è dispendiosa e vincolante dal punto di vista creativo, la moda sostenibile non ha avuto successo su scala più ampia perché in linea generale appare triste, brutta, poco attraente, deprimente o semplicemente stravagante e basta. Nei colori, che risultano immancabilmente desaturati e spenti, e talvolta anche nei tessuti, privi di caratteristiche affascinanti e convincenti, c’è qualcosa di poco invitante. Attaccata ai capi d’abbigliamento sostenibili, c’è poi un’etichetta moralistica che potrà forse sedurre gli attivisti, in effetti, ma difficilmente riuscirà a fare presa sul consumatore ordinario e inesperto o su quello che segue la moda in senso stretto. Il fatto che un capo d’abbigliamento sia sostenibile potrà essere un bonus per qualcuno, ma non è abbastanza per far sì che lo acquistino e lo sfoggino in massa. Se si osserva la moda da un punto di vista creativo, inoltre, l’attenzione alla sostenibilità talvolta distoglie interamente l’attenzione dall’atto stesso di inventare qualcosa di stimolante o di innovativo in termini di design. La sostenibilità, da quest’ottica, appare più una trappola o una gabbia che uno stimolo.

L’unico gesto serio e incisivo sostenibile, in grado di avere implicazioni creative, nella moda e in una prospettiva più ampia, sarebbe assai semplice: comprare meno, rallentare il letale circolo vizioso della produzione che logora e deteriora tanto l’ambiente quanto lo spirito. Fare più con meno, oppure farlo creativamente con quello che è già disponibile: ecco un vero gesto progressista, praticabile da tempo. Basti pensare a quello che Salvatore Ferragamo fu capace di fare con filo da pesca e sughero quando si trovò senza nient’altro a disposizione con cui lavorare. Un modus operandi di questo tipo è stimolante, inventivo ed espressivo perché in questi nostri freddi tempi di produzione meccanica di qualsiasi cosa riporta l’attenzione sull’abilità manuale.

Nella moda c’è un movimento che agisce in questa direzione. Si tratta di un movimento diffuso e polimorfo al quale prendono parte menti creative di ispirazione, formazione e provenienza geografica diverse. Di solito, è noto con il nome poco attraente di upcycling, riutilizzo creativo, altra etichetta che probabilmente andrebbe sostituita, se davvero ce ne serve una. Lo-fi? Ad hocismo? Metamorfismo? Scegliete pure. In ogni caso, l’upcycling consiste nel risvegliare interi stock di tessuti esanimi, nel dare vita nuova con interventi sartoriali a capi morti, nel generare nuove forme rigenerando le vecchie. Oggetti e capi nuovi e unici nascono così dalla trasformazione di ciò che già esiste, incorporando l’esigenza di rigenerazione della moda nel processo vero e proprio di creazione dei vestiti: c’è qualcosa di non amabile in questo? 

La nuova marea di appassionati del fai da te, da Milano a Londra, da Parigi a Tokyo, è l’avanguardia di un nuovo artigianato davvero sostenibile, come dovrebbe sempre essere l’artigianato. Il riutilizzo creativo dei materiali di scarto è una pratica nobile, le cui origini richiamano il preconfezionato e gli oggetti recuperati di Man Ray, Marcel Duchamp e degli artisti Dada, che più avanti sfociarono nel punk e da lì nell’atteggiamento bricoleur della House of Beauty and Culture a Londra, fino al più tardo fiorire negli anni Novanta del movimento del riutilizzo a cui ha dato vita Martin Margiela. Si tratta di un sistema risolutivo che ha implicazioni estetiche, di qualcosa che ha davvero spostato e sposta oltre la conversazione, pur evitando il moralismo eccessivo. Al momento, una scelta simile appare ancora più radicale: uno scarto rispetto al letale splendore della perfezione tecnologica – e alla produzione in massa di cose senza valore – nell’utopia preindustriale di ciò che è fatto a mano e con precisione. In un certo senso, si tratta di qualcosa di unico come la couture e il su misura, ma è fatto di scarti. È puro elitismo alla rovescia. E, se me lo chiedete, vi dirò che per me questo è un modo splendido per diffondere la sostenibilità come una pratica a basso impatto, non un proclama: un modo per ridare vere emozioni umane ai nostri tempi, così profondamente vuoti di emozioni. 




Make-up & Hairstyling IGNACIO ALONSO @LinkDetails – Model ELIZA CHOJNACKA @OuiManagement.

Casting SIMONE BART ROCCHIETTI & IRENE GERMANO @SimoBartCasting Styling Assistants MARINE ARMANDIN and ANNA SJUNNESSON.

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