La Gomera, eredità indigena

Isole Canarie, Spagna

Testo e immagini dal film di Alexander C. Trigg

PROLOGO

Dopo un volo turbolento da Tenerife, l’isola più vicina a La Gomera, sono atterrato sulla pista più corta che avessi mai visto, stretta fra due scogliere. Ho noleggiato un’utilitaria e sono salito fino al punto più alto dell’isola, sintonizzando la radio mentre seguivo una strada ventosa che si snodava tra valli scoscese. Man mano che salivo, il paesaggio si trasformava, e da arido e roccioso diventava lussureggiante, umido e verde.

Il Parco Nazionale di Garajonay, situato nella parte alta dell’isola, è un’antica foresta che risale a milioni di anni fa. Questa zona boscosa, che si estende tra massicce formazioni di roccia vulcanica, è spesso coperta da una coltre di nuvole cariche di minuscole gocce d’acqua. Queste goccioline vengono poi catturate dai licheni, comunemente chiamati “barba di vecchio”, che ricadono dagli alberi come un manto. La nebbia costante, unita alla fitta vegetazione di allori, felci e muschi, conferisce a questo luogo un’atmosfera ultraterrena.

Dopo aver attraversato Garajonay sono entrato in una galleria. La radio ha gracchiato, poi il suono è diventato rumore bianco. Quando sono uscito dall’altra parte, sono emersi suoni lontani di musica araba – a quanto pareva avevo captato il segnale di una stazione marocchina o saharawi sulla costa opposta. La musica sembrava appartenere al paesaggio, ma poi il segnale è tornato quello della stazione locale. Ho guidato piano fino all’appartamento di Valle Gran Rey dove Belén, una musicista locale, mi avrebbe ospitato per alcune settimane.

IL SILBO GOMERO,
UN LASCITO INDIGENO

Fiuuuuuu! Un getto d’aria viene sospinto attraverso un’apertura stretta e fuoriesce dalla bocca, trasformandosi in un suono acuto che penetra il paesaggio sonoro circostante allo scopo di attirare l’attenzione. Quando esce, il suono viaggia nell’aria e risuona nell’ambiente, per poi raggiungere l’orecchio del destinatario. Come è successo a molti altri prima di me, ad attirarmi in questo luogo è stato il fascino del silbo gomero, l’ancestrale lingua fischiata dell’isola. Il silbo risale all’epoca degli indigeni gomeros, popolazioni di origini berbere arrivate dal Nord Africa agli albori dell’era cristiana. In base alla terminologia di Raymond Murray Schafer, il silbo gomero può essere considerato un’“impronta sonora”: 

“L’espressione ‘impronta sonora’ o soundmark deriva da landmark (pietra miliare o punto di riferimento) e si riferisce a un suono comunitario che è unico o possiede caratteristiche tali da far sì che i membri della comunità lo tengano in particolare considerazione e lo notino. Una volta identificata, un’impronta sonora merita di essere protetta, perché rende unica la vita acustica della comunità.” 

Credo che nella sua forma più elementare il silbo gomero rispecchi la capacità umana di imitare l’ambiente circostante, generando una serie di risonanze con il paesaggio, gli animali e le piante che lo abitano. Da questo punto di vista non è poi così inverosimile ritenere che gli esseri umani abbiano iniziato a fischiare proprio perché era un modo per imitare il suono degli uccelli. Come afferma Brandon LaBelle nel suo libro Lexicon of the Mouth: Poetics and Politics of Voice and the Oral Imaginary (Lessico della bocca: Poetica e politica della voce e immaginario orale): “Fischiare è il mezzo fondamentale con cui imitiamo il canto degli uccelli (…) Fischiare in relazione agli eventi e alle cose che ci circondano crea un canale che ci permette di inserirci nell’ambiente circostante e influenzarlo.”

LA GESTUALITÀ DEL FISCHIO.

One of my first encounters on the island was with Francisco Correa, a very important figure in the preservation of silbo gomero today. He shared the turbulent history of this unique language with me, explaining how the arrival of the dictatorship in 1939 led to its persecution. Silbo was forced underground, becoming a clandestine tool used by locals to evade the Francoist laws. This repression, combined with the mass migration of the 1960s to larger islands like Tenerife, contributed to the gradual depopulation of La Gomera’s villages.

Una delle prime persone che ho incontrato sull’isola è stato Francisco Correa, figura di primo piano nella conservazione del silbo gomero ai nostri giorni. Mi ha raccontato la storia travagliata di questa lingua unica, spiegandomi come l’inizio della dittatura nel 1939 abbia condotto alla sua repressione. Il silbo è stato costretto alla clandestinità, diventando uno strumento clandestino utilizzato dagli abitanti del luogo per eludere le leggi franchiste. Tale repressione, unita alla migrazione di massa degli anni Sessanta verso isole più grandi come Tenerife, ha contribuito al graduale spopolamento dei villaggi gomerani. Con l’emigrazione sono state minate anche le pratiche culturali degli abitanti, compreso il silbo. Di conseguenza si sono indeboliti sia il legame della lingua con il luogo sia i suoi metodi tradizionali di trasmissione. Quando poi sono arrivati i telefoni e altri mezzi di comunicazione, il silbo è gradualmente sparito dal paesaggio. Ha sperimentato una rinascita solo negli anni Novanta, con un rinnovato interesse per la sua conservazione grazie all’inserimento nei programmi scolastici dell’isola, iniziativa promossa da Isidro Ortiz, un abitante di Chipude.

Dopo aver preso accordi, Francisco Correa è riuscito a farmi assistere alle lezioni di silbo in varie scuole superiori, dato che ero interessato a capire come questa lingua viene praticata e percepita dalle nuove generazioni. Allo stesso tempo ho anche preso contatti con José Miguel Trujillo, [Abbiamo controllato e corretto la grafia del nome, N.d.T.] un antropologo locale che mi ha messo in contatto con la vecchia generazione di fischiatori che avevano un’esperienza più vissuta dell’uso del silbo nel paesaggio. Volevo comprendere la relazione esperienziale e culturale che entrambe le generazioni hanno con il silbo. Mentre quella più anziana ha imparato a fischiare immersa nel paesaggio, gli studenti di oggi imparano a farlo tra i muri delle aule scolastiche, perdendo la profonda connessione con la terra.

Ho iniziato a filmare ritratti in 16 mm con la mia Bolex a manovella, catturando gesti appena accennati – il modo in cui le dita, la lingua e le labbra danno forma al suono, il modo in cui la tradizione si incarna da una generazione all’altra.

CUMBRE VIEJA 

Il mio primo viaggio a La Gomera è casualmente coinciso con l’eruzione del vulcano Cumbre Vieja a La Palma, un’isola dell’arcipelago visibile da La Gomera. Nelle giornate limpide, guardando a nord-ovest si poteva vedere una nuvola di fumo che spuntava silenziosa dalla cima del vulcano. Quando sono arrivato, l’eruzione era in corso da oltre un mese e non dava segno di voler finire.

Non sapevo se andare a visitarlo perché c’erano tantissimi turisti, il che causava problemi alla popolazione locale e ai servizi di emergenza. Ma alcuni amici delle Canarie mi hanno incoraggiato a farlo, sostenendo che era un’esperienza unica. Anche il mio padrino, che vive a Tenerife, mi ha chiamato e ha insistito perché ci andassimo insieme. Una settimana dopo ho preso il traghetto per La Palma.

Nelle tre notti successive siamo andati al vulcano, cercando di essere il più possibile rispettosi della difficile situazione vissuta dalla gente del posto. Ricordo benissimo il rumore e il fatto che si sentisse alcuni secondi dopo che i nostri occhi avevano visto l’eruzione, come onde gigantesche che si infrangevano sulla riva. Una mattina, dopo aver filmato per tutta la notte, ho trovato un fiore di ibisco ricoperto di cenere vulcanica – un’immagine che racchiudeva quella mia esperienza. Un fragile equilibrio tra distruzione e bellezza.

UNA GROTTA LUMINOSA

Mentre tornavo a La Gomera ho incontrato Juan Carlos Hernández, l’archeologo dell’isola, che avevo contattato per email alcune settimane prima del mio arrivo. Ci siamo visti nel piccolo Museo Archeologico de La Gomera a San Sebastián, il capoluogo dell’isola. Juan Carlos mi ha fornito una visione del tutto nuova della zona e mi ha illustrato i resti materiali della cultura indigena ancora presenti nel paesaggio odierno. Insieme abbiamo esplorato diversi siti archeologici, che danno un’idea del legame animistico dei popoli antichi con la natura e il paesaggio. Ho iniziato a vedere l’isola come uno spazio interconnesso, dove storia, territorio e cultura sono strettamente intrecciati.

Uno dei posti più notevoli che abbiamo visitato è stato Las Toscas del Guirre, un sito archeologico scoperto nel 2005 proprio da Juan Carlos e da José Miguel Trujillo. La grotta custodisce la più ampia serie di iscrizioni libico-berbere delle isole Canarie, che ormai appaiono deteriorate e sono visibili chiaramente solo con un’illuminazione speciale.

In un angolo della grotta c’è una piccola apertura affacciata sul paesaggio. Questo foro apparentemente insignificante scavato nel muro si è rivelato essere un indicatore del solstizio. Il 22 dicembre di ogni anno, al tramonto, la luce del sole entra nella grotta attraverso quell’apertura artificiale e proietta un raggio che attraversa il pavimento, risale sulla parete opposta e, poco prima che la luce svanisca, si allinea perfettamente con una piccola depressione ovale scavata nella parete orientale. Questa rientranza segna il punto preciso del solstizio d’inverno, confermando che gli indigeni gomerani avevano aperto il foro secoli fa per creare un calendario solare. Ho pensato alla grotta come a una sorta di camera oscura, uno spazio progettato per catturare la luce e il tempo, ma in un senso più arcaico e simbolico.

EPILOGO

A few months later, along with my partner, Maria Oblicka, I boarded a ferry for the two-day journey across the Atlantic Ocean to the Canary Islands. During the journey, the air was thick with the hot Calima wind from the Sahara, carrying dust from the desert and making visibility very poor. For the next two days, all we saw was the still, calm sea, strangely serene in those winter days when the Atlantic is typically rough. We had returned to La Gomera for three months to make a film that would weave together my initial explorations of the island. Our project became a 23-minute film titled The Song of the Years to Come – a participatory work that immerses viewers in the island’s landscape, sounds, archaeology, and the collective memory of its inhabitants. 

Qualche mese dopo io e la mia compagna, Maria Oblicka, abbiamo noleggiato un’auto e ci siamo imbarcati su un traghetto per un viaggio di due giorni nell’Oceano Atlantico fino alle Canarie. Durante il viaggio l’aria era satura di calima, un vento caldo proveniente dal Sahara che trasporta la polvere del deserto, riducendo parecchio la visibilità. Per i due giorni successivi l’unica cosa che abbiamo visto è stato il mare calmo e immobile intorno a noi, stranamente quieto visto che era ancora inverno, periodo in cui l’Atlantico è in genere mosso.

Eravamo tornati a La Gomera per tre mesi con l’intenzione di girare un film che avrebbe intrecciato fra loro le mie prime esplorazioni dell’isola. Questo progetto è diventato un film di 23 minuti intitolato The Song of the Years to Come (La canzone degli anni a venire), un’opera partecipativa che immerge lo spettatore nel paesaggio, nei suoni e nell’archeologia dell’isola, oltre che nella memoria collettiva dei suoi abitanti.

BIBLIOGRAFIA

LaBelle, Brandon (2014) Lexicon of the Mouth, Poetics and Politics of Voice and the Oral Imaginary (New York: Bloomsbury)

Schafer, R. Murray (1977) The Soundscape: Our Sonic Environment and the Tuning of the World (Rochester, VT: Destiny Books)

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