Tangieri, la Babele del Mediterraneo

Marocco, nord Africa

Testo di Davide Coppo
Fotografie di Adrianna Glaviano

“È come non essere davvero in Africa”, dice Mohamed mentre guida attraverso questi quartieri nuovi di Tangeri, in cui crescono molti palazzi bianchi e alti. È un venerdì sera mite e siamo diretti alla casa sulla collina in cui dormirò nei prossimi giorni. L’ha detto lui per primo, lo penserò anche io successivamente. Ma bisogna capirsi, poi, su cosa si intende quando si dice Africa. Cinquantaquattro stati, un miliardo e mezzo di abitanti, tre volte le dimensioni dell’Europa. Per un europeo, è difficile essere del tutto consapevoli di quanto l’immaginazione si carichi di esotismo e pregiudizi coloniali, soltanto a nominarla. E poi, in Marocco, c’è anche una questione identitaria profonda: il Paese è più africano o più arabo? Ma io sono arrivato da un’ora appena, non posso farmi queste domande così in fretta, a Tangeri fa già buio, il van di Mohamed si arrampica sulla collina tra centri commerciali, aiuole ben spazzolate, eucalipti e palazzi protetti dall’esercito. Registro tutte le immagini mentalmente: sono qui per scrivere di questo posto, per produrre delle parole che accompagneranno una serie di fotografie scattate alla kasbah cittadina. So bene che non sono qui per capire cos’è questa città, in così poco tempo, perché non basterebbero mesi. Sono qui, mi dico allora, per perdere tempo. A Tangeri, ho pensato, è un’attività tra le più autentiche. Almeno per chi viene, come me, dalla parte settentrionale del Mediterraneo.

La maggior parte di chi visita Tangeri, oggi, starà nella parte più bassa della città, intorno alla kasbah. Per arrivarci io devo camminare per più di un’ora, scendere dalla collina, che è una zona di ville lussureggianti e quartieri residenziali più normali, palazzi governativi e centri commerciali, poi attraversare altre strade in cui diversi edifici sono ancora in fase di costruzione, e finalmente vedere il mare e la città più vecchia. Mohamed indica i cantieri. Dice: “Sono bei palazzi, economici ma belli”. Sono anche molti: Tangeri aveva meno di 700mila abitanti nel 2005. Vent’anni dopo, li ha quasi raddoppiati, superando di parecchio il milione. È una migrazione di due segni diversi, quasi opposti. 

La Tangeri di oggi cavalca un diffuso hype, sia commerciale che culturale che, naturalmente, turistico. La Tangeri dell’altro ieri era un posto da evitare, malfamato e pericoloso. La Tangeri ancora precedente è stato uno dei luoghi più liberi di tutto il Mediterraneo. L’altro ieri sono gli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Gli anni prima, che sono più o meno tutti quelli del Novecento, hanno rappresentato un caso unico di storia geopolitica. Partiamo da qui.

Prima della Prima guerra mondiale, le squadre che avrebbero condizionato la geopolitica del secolo si erano già schierate nelle rispettive metà campo. Avevano iniziato a farlo, all’inizio del Novecento, al largo delle coste del Marocco. Erano le “Crises marocaines”, schermaglie diplomatiche e tensioni militari con cui la Germania, negli anni precedenti alla creazione del protettorato (di fatto: della colonizzazione) francese sul Marocco, tentava di impedire la realizzazione della sfera d’influenza francese. Dall’altro lato, la Francia, naturalmente, però supportata dalla Gran Bretagna. La crisi, doppia, si risolve con il Trattato di Fez, del 1912: il Marocco diventa a tutti gli effetti una colonia francese, eccezion fatta però per Tangeri. Tangeri, invece, rimane Tangeri: “Zone Internationale”, un territorio speciale, neutrale politicamente e militarmente, privo di tasse, amministrato da una commissione composta da Francia, Regno Unito, Spagna, e poi Paesi Bassi, Italia, Portogallo, Belgio, Svezia e Stati Uniti. 

Finisce la guerra, e i vantaggi di essere un paradiso fiscale in cui è permessa, più o meno, qualsiasi libertà di impresa e costume, si manifestano in tutto il loro anarchico splendore. Tangeri viene invasa dalle banche: erano 4 nel 1900, saranno 85 nel 1950. Insieme alla libertà, arrivano gli europei e gli americani. “Tangeri è una frontiera tra sogno e realtà”, scrive Burroughs a Ginsberg nel 1955. Paul Bowles arriva nel 1947, rimarrà fino al 1999, sarà l’intellettuale di riferimento per tutti gli altri intellettuali ed expat che gli vorticano intorno. Negli anni Cinquanta, i musulmani della città sono 40mila, 31mila i cristiani, 15mila gli ebrei. Molti sono artisti, flâneur,, tra questi non è raro ci siano omosessuali liberi di vivere alla luce del sole la propria identità. Di tutti i posti nel mondo, proprio qui. 

Eppure non era soltanto bohème ciò di cui Tangeri vive in quegli anni. Alcune settimane prima di partire ho letto un libro che è uno dei capolavori della letteratura marocchina del Novecento, l’ha scritto Mohamed Choukri che è considerato uno dei più importanti intellettuali del Paese. Il libro si chiama Il pane nudo1, è l’autobiografia di Choukri da adolescente: lui, nato nel 1935, era un bambino del Rif, la regione montuosa che da Tangeri va fino all’Algeria, a est, ed è una delle più povere di tutto il Marocco. Choukri emigra con la famiglia in città, negli anni Quaranta, e in città gli succede di vivere ogni tipo di avventure, avventure naturalmente delle peggiori. Vive in strada più che in casa, e un padre alcolizzato e violento cercherà più volte di ucciderlo. Lui ruba, contrabbanda, beve e si droga, frequenta bordelli e si prostituisce, si fa arrestare. La Tangeri che descrive Choukri è la faccia oscura della luna dei bohémien. Una frase che ho sottolineato, uno dei pochi momenti poetici in mezzo a tanta miseria, dice: “Se mi svegliavo in mezzo alla notte, per cambiare posizione o per fare pipì, tutto intorno a me scoprivo una banda di gatti. Mi piaceva molto il ritmo del loro respiro: lento e regolare come il brusio lontano di un’officina”. Di gatti, nelle vie e nelle piazze, ce ne sono ancora molti. Di gente come il giovane Choukri, invece, nella kasbah non ce n’è più. 

Per saperne di più una mattina vado a trovare Kenza Bennani, designer e stilista, fondatrice del marchio di vestiti New Tangier, con cui produce vestiti tradizionali marocchini con un approccio contemporaneo. Mi sembra una persona tra le più adatte per capire cos’è la Tangeri di adesso perché ha viaggiato per anni tra Spagna, Italia, Inghilterra, e perché ha deciso di vivere infine qui, fondando e dirigendo un marchio che ha un messaggio anche politico. Per presentare New Tangier dice: “Ho realizzato che tutto il lusso, in Occidente, è basato sull’artigianalità. E ho pensato: non è assurdo che in Marocco non esista niente di simile? Quando si ha a che fare con un Paese come il Marocco, c’è ancora questa idea post-coloniale che l’artigianato debba essere tradizione, debba essere decorativo, debba essere esotico. Perché non possiamo fare cose moderne? L’artigianato, anche qui, può essere contemporaneo e funzionale”. È un momento interessante per Tangeri, racconta, ma non soltanto: “In generale è un momento interessante per tutto il Marocco. I nostri genitori dovevano costruire, c’era bisogno di ripensare un Paese dopo la decolonizzazione. Loro si sono dovuti concentrare su quello. Noi, invece, abbiamo la libertà di dedicarci all’arte, alla cultura, al design: le basi sono già state fatte, possiamo ricreare la nostra narrazione”.

Poco lontano dallo studio di Kenza c’è una necropoli punico-romana a cielo aperto, sono tombe scavate nella roccia e su quelle tombe ci si può passeggiare, sedere, fare un pic-nic. Sono in alto, a strapiombo sul mare. Decine di ragazzi e ragazze guardano il tappeto del Mediterraneo al termine del quale si vede, chiaramente, il profilo della Spagna. Così vicina, penso. Anche la città vecchia ha molto di spagnolo, di andaluso, nei molti palazzi bianchi con decorazioni barocche gialle sui balconi e intorno alle finestre. Non lontano da qui c’è anche una plaza de toros. Penso, con una certa banalità, che al-Andalus era il nome che gli Arabi diedero alla Penisola iberica in quel quasi-millennio di dominio e governo. Penso ancora a Mohamed che mi dice, in spagnolo, “è come non essere davvero in Africa”. Ma, oltre che chiedersi cosa vuol dire Africa, bisognerebbe allora chiedersi cosa vuol dire davvero Europa. Cos’hanno in comune Stoccarda e Siracusa, La Coruña e Latina? Si dovrebbe parlare di Mediterraneo, piuttosto, come zona culturale-geografica. E questo allora sì che lo è. Certo, Tangeri pare, in questi anni, appartenere a una parte di Mediterraneo che si sta arricchendo e ripulendo più di altre aree. Ed è qui, allora, che ho pensato alla gentrificazione…

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