Rispettare i ghiacciai

Testo di Paola Corini
Fotografie di Luca De Santis

Se ne parlava ancora in paese, gli abitanti di Ilulissat ne sarebbe andati quasi fieri fino al successivo millennio, del resto era un fatto storico: l’iceberg che affondò Titanic nell’aprile del 1912 era nato dal Sermeq Kujalleq, il massivo ghiacciaio che scorre in prossimità di Ilulissat. I ghiacciai scorrono come fiumi lentissimi verso il mare, strisciano sotto il loro stesso peso disumano, le bolle d’aria ingabbiate negli strati di neve compressa scoppiettano. Ilulissat, a buon ragione, significa esattamente “gli iceberg”, il Sermeq Kujalleq ne produce come una macchina per pop-corn da luna park, e a allungare la vista e tendere l’orecchio un uomo ne può afferrare ritmo e suono. Tutto iniziò con una nevicata 15.000 anni fa e gli inverni polari irrobustirono Titanic. Una volta deciso, ci aveva messo oltre un anno a sganciarsi dal ghiacciaio madre e a spingersi giù lungo il fiordo gelato e poi ancora due anni circa a arrivare a poche miglia da New York City per la notte della collisione. Detta così sembra un’avventura studiata a tavolino. Una volta in mare aperto, aveva viaggiato per un tratto verso nord, sospinto dalla acque fredde della Baia di Baffin, e poi a capofitto verso sud, avvantaggiandosi della Corrente del Labrador che trascina a latitudini meridionali dell’Atlantico, a volte persino fino al 41° parallelo Nord, per intenderci all’altezza di New York City per l’appunto, o di Istanbul o del Golfo dell’Asinara.

Metà della sua grossa massa era già stata consumata durante il viaggio e, a quel punto, si sarebbe sciolto del tutto, sarebbe scomparso nel nulla in soli quattordici giorni. Che è poi quello che fanno tutti gli iceberg, o almeno i più coraggiosi, pensava lui. Il nostro lui è un uomo-iceberg di Ilulissat, è il mese di giugno del 1952, il pack di Ilulissat si è sbriciolato, e ha capito che è il momento di partire. Con una mossa segreta passata sotto il nome di Operation Blue Jay la comunità Inuit di Thule ha sgomberato un centinaio di chilometri a nord nella New Thule per fare spazio alla Thule Air Base, la base militare più a nord del mondo della United States Air Force, gli americani pagano la loro posizione ai danesi. La chiamano la Guerra Fredda. A Melville Bay l’aria è così tiepida e il mare così materno che i kayak verranno issati sulle slitte e messi in acqua ai margini del ghiaccio per recuperare uccelli e foche e arpionare narvali. L’ufficiale Andreas Lund-Drosvad, chiamato Suko, membro della Syssel Council Chamber della colonia danese di Upernavik da poco sciolta, sta allestendo la sala riunioni a museo della città e contemporaneamente conquistando il record di caccia al beluga prima di tornare definitivamente in Danimarca: 4.999 esemplari catturati con la rete.

La Terra è in un’era interglaciale, tra poco tutto il mondo a portata di mano si richiuderà in un deserto di ghiaccio, e “poco” è il tempo d’orologio di migliaia di anni che mette paura a un geologo o a un ghiacciaio. Se a questo aggiungi che è estate e il mare è aperto solo per qualche mese, allora è proprio il momento buono per partire. Uomo-iceberg vuole viaggiare, vuole vedere il mondo temperato, anche oltre quei 30 gradi di latitudine che stanno tra Ilulissat e New York City, se mai sarà possibile. Lui è tozzo, non sembra certo un cigno, ma persino nell’adolescenza degli iceberg non è motivo di vergogna, essere un po’ bassetto aiuta soprattutto se vuoi scivolare più in fretta giù per il Kangia, il fiordo gelato, e non restare incagliato nel fondo. A quel punto puoi sempre contare sugli amici che spingono. E poi c’è un rischio che tutti conoscono e il fallimento in quel caso è disperatamente vicino: finire nel cimitero degli iceberg di Disko Bay, praticamente dietro l’angolo, come cadere nella prima buca del flipper senza neanche essersi divertiti un po’. A vederlo da turisti è uno spettacolo, ma se sei un iceberg che vuole viaggiare non hai fatto tanta strada. Per farla breve, a un certo punto il ragazzo lo disse al vecchio padre, che lo ascoltò, capì le sue intenzioni e che la passione che lo spingeva era sincera e gli rispose: se vuoi partire, devi farlo in grande, ai massimi livelli, devi arrivare dove nessuno è arrivato.

Ad esempio all’arcipelago delle Azzorre, a una latitudine Nord che varia da 36°55’ e 39°44’. Le megattere del fiordo si passavano la voce in quel loro linguaggio che era parola, amore e lutto insieme: un iceberg vuole vedere il mondo. Lui partì e poi venne una notte bella come tutte le altre, finché un faro sparato sugli occhi lo scosse: un fascio lungo, incredulo, irrequieto di luce bianca. Aspetta un attimo, questo è un occhio di bue da palcoscenico! Si immaginò che avrebbe fatto notizia, lui e la sua peripezia in pieno oceano Atlantico, e invece era una grande nave di lusso. Che lo studiava e ragionava una manovra dolce, per non svegliare l’uomo-iceberg e i suoi passeggeri. Buon viaggio, signori.

La Groenlandia ogni anno versa 281 miliardi di tonnellate di ghiaccio nell’oceano, quasi quanto basta a causare un millimetro di innalzamento del livello del mare ogni anno. L’acqua proviene dallo scioglimento della calotta di ghiaccio che sfocia in mare e il Sermeq Kujalleq, o Jakobshavn Isbræ, è il ghiacciaio che ne immette di più, di anno in anno il più vulnerabile. Oggi cammina di quaranta metri al giorno e il fronte del ghiacciaio si sta ritirando a una velocità galoppante. Il 90% degli iceberg delle coste del Newfoundland e del Labrador in Canada provengono dalla Groenlandia occidentale e in passato un iceberg ha letteralmente navigato fino alle Azzorre e lì è stato avvistato e registrato. 

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