Roberto Burle Marx

Testo di Francesco Perrotta-Bosch
Fotografie di Luca De Santis

Botanical and architectural complex 1950s
Loggia (1967) and Ateliê/Studio (1970s)
Guataiba, Rio De Janeiro

Quando aveva circa 38 anni, Roberto Burle Marx iniziò a cercare un terreno per la sua collezione di piante. Alla fine degli anni Quaranta il paesaggista possedeva una quantità incredibile di specie botaniche – un numero ben superiore a quello che era possibile tenere nel giardino della sua casa al Leme, un quartiere adiacente a Copacabana dove avevano abitato anche Lucio Costa e Lina Bo Bardi.
Roberto e suo fratello minore Siegfried visitarono oltre un centinaio di appezzamenti a Rio de Janeiro finché, nel 1949, trovarono il Sítio Santo Antônio da Bica. “Fu una grande emozione. Sentii che mi stava aspettando, proprio come io aspettavo lui”, dichiarò il paesaggista.

Il posto era molto lontano dal centro città. All’epoca per arrivarci ci volevano tre ore su strade sterrate e fangose, mentre adesso occorre circa un’ora e mezza. Tuttavia l’approvvigionamento idrico naturale era quello giusto, c’erano rocce a vista e il terreno era fertile. La proprietà era immensa, 400.000 m2 che a partire da una pianura alluvionale salivano fino a una quota di circa 300 metri. Una parte del terreno era ricoperta da foreste autoctone, ma quella più vasta era perfetta per gli esperimenti paesaggistici di Roberto, che vi avrebbe piantato nuove specie. Nell’appezzamento sorgeva una piccola cappella, la cui costruzione era iniziata durante il periodo coloniale, nel XVII secolo. A meno di venti metri a sinistra della chiesina, Burle Marx scoprì una casetta a un solo piano, in pessimo stato di manutenzione. Nei decenni successivi trasformò gradualmente quell’umile edificio nella sua dimora. La leggenda narra che nel primo anno in cui presero possesso del terreno, i Burle Marx dovettero uccidere più di 15.000 serpenti, molti dei quali velenosi.

Nella parte bassa e più pianeggiante della proprietà furono costruiti i vivai, ossia capannoni dai tetti di stecche di bambù. Lì erano collocate sia una parte della collezione privata sia le specie botaniche da piantare nei giardini che Roberto Burle Marx progettava. Non c’erano rose o crisantemi; il paesaggista coltivava Heliconia, Strelitzia, Calathea, in altre parole piante tropicali dal fogliame grande o dalle forme insolite, nelle più svariate tonalità di verde, viola e rosso. Dato che ormai lo spazio non mancava, lui e il suo gruppo di collaboratori (e amici) iniziarono a fare sempre più spedizioni in giro per il Brasile per raccogliere piante. Il paesaggista non si limitò a introdurre nell’appezzamento specie brasiliane: piantò semi e piantine provenienti dall’Africa, dall’India e dall’Asia meridionale, oltre che dalle Americhe, come la palma Roystonea oleracea, originaria delle Antille.

Il Sítio Santo Antônio da Bica fu un grande amore nella vita di Roberto Burle Marx. Il denaro ricavato dai progetti paesaggistici e dalle composizioni floreali veniva spesso utilizzato per mantenere e ampliare l’appezzamento. Inoltre è da notare che Burle Marx non elaborò mai un progetto paesaggistico per la sua proprietà. Si trattava di un giardino del vivere quotidiano, che si trasformava gradualmente a ogni passeggiata di Roberto. A partire dagli anni Settanta si trasferì di fatto nella casa, che rispetto agli anni Quaranta era stata notevolmente ampliata. Lì allestì il suo atelier, nel quale dipingeva quadri e grandi arazzi, circondato da piastrelle bianche e blu. La tenuta era soprattutto il suo regno, dove si sentiva libero di esprimere un tratto intrinseco della sua personalità: era un grande anfitrione. Riceveva amici e personaggi importanti, in particolare ai pranzi della domenica, veri e propri banchetti per i quali inventava anche bevande come il “pitangolango mangotango”, un mix di vino rosso e pitanga. Nel 1962, nella sua proprietà si tenne un grande raduno di architetti di Rio per accogliere Le Corbusier. Il paesaggista ricevette anche personaggi come Richard Buckminster Fuller, Pablo Neruda e un numero incalcolabile di diplomatici stranieri. Quando gli amici intimi gli facevano visita, spesso Roberto Burle Marx sfoggiava un altro dei suoi numerosi talenti: un collega si sedeva al pianoforte in modo che lui, con la sua memorabile voce baritonale, potesse cantare Schubert.

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