Casa-ateliê Tomie Ohtake 1966
Campo Belo, São Paulo
La casa-studio di Tomie Ohtake è, per dirla con le parole del professore e critico d’arte Miguel Chaia, un luogo di mistero e calore. Progettata nel 1966 per fungere sia da residenza sia da luogo di lavoro di Tomie, la casa-studio è diventata un punto di riferimento nella storia dell’architettura e dell’arte. È impossibile descrivere il progetto di Ruy Ohtake senza sottolineare la distribuzione degli spazi privati e comuni, l’uso scultoreo del cemento e i soffitti bassi e cadenzati. È impossibile parlare della casa senza menzionare coloro che l’hanno vissuta e visitata. Concepita per i tre membri della famiglia, è stata abitata per la prima volta nel 1970: l’artista ha vissuto in questo spazio dall’età di 57 anni fino alla morte; Ruy vi è rimasto per tre anni e Ricardo per circa 47. Visitandola per la prima volta, l’impressione più forte è quella data dalle camere da letto destinate ai fratelli. Sembrano progettate per essere utilizzate a occhi chiusi: sono strette e con poca luce naturale, caratteristica che contrasta con gli ampi spazi comuni enfatizzati da Ruy nel suo progetto, che incoraggiavano l’interazione familiare e offrivano un ampio spazio di lavoro a Tomie.


A metà del complesso, il vasto giardino dà luce a diverse zone della casa e favorisce incontri di vario tipo intorno alla piscina. Le sorelle Jane e Rosa Lima, che lavorano nella residenza dagli anni Duemila, raccontano che Tomie aveva talento per le composizioni floreali e trascorreva molto tempo in questo spazio esterno, godendosi la configurazione del paesaggio tropicale. In questo spazio trovano posto la girandola colorata realizzata dall’artista e le opere di altri amici. Il giardino è arricchito inoltre dalle piante cilindriche di sanseveria donate da Burle Marx e dall’albero di arancio yuzu giapponese. La famiglia ha mantenuto la tradizione dei pranzi domenicali, a cui inizialmente partecipavano i tre residenti e successivamente anche le nuore, i nipoti e talvolta gli amici più stretti. Marcy Junqueira, moglie di Ricardo, e Rodrigo ed Elisa Ohtake, figli di Ruy, ricordano che in genere trascorrevano la domenica a tavola. Alternandosi fra la sala da pranzo e il giardino, i pasti si svolgevano intorno alle grandi superfici di cemento progettate da Ruy. Questi ritrovi iniziavano al mattino con bastoncini di formaggio impanati e fritti e si protraevano fino al tardo pomeriggio con i tradizionali noodles freddi giapponesi. Marcy racconta che, anche quando la tavolata era numerosa, la casa era un luogo di silenzio, un ambiente che favoriva la concentrazione e il lavoro creativo.


La residenza in cui l’artista Tomie Ohtake ha vissuto per quasi cinque decenni sorge nel quartiere di Campo Belo, a sud di San Paolo. Progettata nel 1966 dall’architetto Ruy Ohtake, suo figlio maggiore, è stata concepita fin dall’inizio come uno spazio per gli esperimenti dell’artista e un luogo in cui ospitarne la produzione, gli studi e gli interessi, nonché le opere degli artisti con cui entrava in contatto. La casa ha dato forma all’universo creativo di Tomie in quanto ospitava il suo studio e lo spazio in cui conservava libri e oggetti. Il modo in cui una residenza è abitata rivela la biografia di chi vi risiede, come avviene nella Casa Azul [Casa Blu] di Frida Kahlo, nella casa-studio di Georgia O’Keeffe, nella Casa de Vidro [Casa di Vetro] di Lina Bo Bardi, nella casa di Cora Coralina e in quelle di molte altre donne i cui straordinari percorsi di vita trovano espressione nella loro routine domestica, pubblica e professionale. Gli schizzi di Ruy mostrano l’esigenza di realizzare uno studio con banchi di lavoro, illuminazione e ventilazione costanti e soffitti alti, in modo che Tomie potesse eseguire gli ampi gesti artistici che caratterizzavano le sue opere di grande formato. Il progetto offre uno spazio per la creazione, la sperimentazione, i tentativi e le scoperte servendosi di una vasta gamma di materiali. La famiglia Ohtake si trasferisce nel nuovo edificio nel 1970. Alcune persone vicine all’artista raccontano che era solita uscire di casa per guardare il soggiorno dalla finestra sul davanti, in modo da avere la distanza sufficiente per esaminare le proprie opere.

