Cosa accade alle radici

In conversazione con Stefano Boeri
di Leonardo Caffo

Stefano Boeri, o lo si ama o lo si odia, ma di sicuro non lo si può ignorare: il suo volto è senza dubbio quello del dibattito internazionale riguardo l’architettura italiana. Architetto, certo, ma anche intellettuale e scrittore, regista culturale e curatore. Non tutti sanno, giusto per iniziare da subito col concetto lasciando da parte ogni retorica, che il progetto più iconico di Stefano – il Bosco Verticale1 di Milano – è animato da principi che vanno ben oltre la mera ambizione ornamentale o superficialmente ambientalista. Riflettere attorno al tema della riforestazione urbana vuole dire prendere definitivamente coscienza del fatto che gli alberi hanno, al pari degli altri esseri viventi, il diritto di stare su questo pianeta e di scrivere la propria storia raccontando non solo un punto di vista ma, come direbbe un nostro comune amico e filosofo Emanuele Coccia, un punto di vita. La città non è degli umani ma dei viventi tutti, un arcipelago complesso di forme di vita dinamiche e in relazione tra loro. In questo senso, le opere che l’architetto Stefano Boeri progetta insieme al suo studio in molte città del mondo sono un chiaro invito al dialogo, allo scambio, all’inclusività del verde nel tessuto sociale. Non il verde come colore ma come sistema alternativo di mondo. Gli alberi e gli animali che richiamano diventano così parte della comunità, citano precedenti che vanno da Italo Calvino al pensiero dell’ecologia profonda filosofica, e diffondono i propri benefici, oggi quanto mai necessari, nello spazio urbano, a vantaggio di tutta la collettività.

La tua idea di forestazione si sta diffondendo a livello planetario e, allo stesso tempo, mantiene saldo il legame con la dimensione locale. In che modo l’uomo può ridare oggi spazio alla natura?

Quello che cerchiamo di fare è immaginare una sorta di doppio movimento simultaneo: il movimento degli uomini verso le foreste e degli alberi verso le città. Il primo ha delle condizioni apparentemente più facili, in uno stato in cui il trentacinque per cento della superficie del territorio è coperto da foreste. Questo fatto è dovuto sostanzialmente all’abbandono dell’agricoltura e allo spopolamento dei piccoli centri delle aree interne.
Le foreste sono cresciute molto e sono cresciute in modo spontaneo. Abbiamo una gigantesca porzione di territorio boschiva, ma non ne siamo consapevoli e non ce ne prendiamo cura, non la sfruttiamo economicamente. Non siamo in grado neanche di valutarne l’impatto ambientale. Dovremmo cominciare innanzitutto a curarle, a conoscere quali sono le sue caratteristiche e i vantaggi che potremmo trarne. La selvicoltura naturalistica, per esempio, è un modo con cui si aiutano i boschi a crescere, anche intervenendo su una deforestazione molto selettiva, traendone poi un vantaggio produttivo. L’altro movimento, invece, è legato sostanzialmente all’aumento della superficie vegetale, che vuol dire di fatto incrementare le superfici biologiche. È un atto o un gesto che si apre alla varietà delle specie viventi, non solamente a quelle vegetali e che comporta la serie di vantaggi che conosciamo. Dall’assorbimento delle polveri sottili, tema oggi fondamentale, allo smaltimento della CO2, all’ombreggiamento e quindi alla riduzione del calore, e poi l’ovvia riduzione dei consumi energetici, la possibilità di favorire la biodiversità, fino a arrivare a fattori sanitari legati alla qualità della vita. Io penso che queste due sfere debbano oggi trovare una nuova forma di relazione e di contaminazione reciproca. 

Molti di noi, forse un po’ maldestramente ma dimmi tu, immaginano l’architetto come colui che sovrasta la natura. Un’importante alleanza con il mondo vegetale contribuisce a modificare il ruolo stesso dell’architettura o si tratta di un’evoluzione naturale della disciplina? 

Non so se sia un’evoluzione, questa è una domanda complessa. Non è certo una rinuncia a un’ambizione presuntuosa di governare il mondo, che risiede in modo quasi naturale in discipline come quelle dell’architettura e del progetto che hanno il compito di dare una visione di mondo. Si tratta, credo, di provare a immaginare come questo movimento della natura vegetale, specialmente degli alberi, per i quali nutro particolare interesse, verso le città e verso gli edifici, sia un movimento che tende, nelle sue versioni migliori, a non essere semplicemente un gesto che colloca la sfera vegetale nella dimensione ornamentale e decorativa, come spesso è stato. Il movimento trasformativo di cui mi chiedi credo sia soprattutto capace di attribuire di fatto alla natura lo statuto di utente, di abitante, di chi ha tutti i diritti di potere essere trattato secondo dei bisogni, secondo delle aspettative, secondo anche una traiettoria evolutiva che è collocata all’interno di uno studio preciso dell’individuo.

Perché proprio l’albero rispetto alle altre forme vegetali?

Non sono mai stato affascinato dalla natura in senso lato, ma ho sempre avuto una specie di ossessione per gli alberi. Gli alberi hanno una vita più complessa, hanno una capacità di assorbimento dei fattori di cui parlavo prima incredibilmente più alta. È una forma di vita che ha molte analogie con la nostra. Gli alberi vivono in posizione eretta, hanno una presenza individuale nel campo della vita stessa. Hanno dei nomi propri, sono dei personaggi.

In che modo evolve il concetto di Modulor2 oggi, tenendo conto appunto dell’elemento natura?

È quello su cui stiamo lavorando da tempo, direi forse la questione centrale di tutto questo dibattito. La complicazione è dovuta al fatto che la varietà delle specie arboree è incommensurabilmente maggiore rispetto alle varietà delle etnie, anche valutando le diverse condizioni climatiche. E tutte queste forme di vita hanno una dimensione della esistenza che è incomparabile alla nostra. Quando disegniamo una facciata e lavoriamo con un botanico, come Laura Gatti, iniziamo a fare una selezione delle specie che si prestano più di altre a vivere in quelle precise condizioni così complesse come quelle di un grattacielo in centro città. Dobbiamo tenere conto anche del vuoto che c’è tra un balcone e il balcone superiore, perché lo spazio in cui cresce “quel signore” è tridimensionale. Una cosa è un tiglio, una cosa è un leccio o un ulivo. Ma una cosa è l’ulivo pugliese e una cosa è l’ulivo ligure: sono individui diversi. 

Il tipo di architettura a cui sta lavorando il tuo studio invita a riflettere sul fatto che le città non nascano nei deserti, ma in un ambiente preesistente e che non appartengano esclusivamente agli uomini. Argomento che ci riporta sempre alla retorica della biodiversità, tema che diventa oggi sempre più potente. Tema anche “facile”, che si può stressare da tutti i lati. Il lato da cui lo “stressa” il tuo studio qual è?

Sicuramente un lato molto tecnico, e che riguarda la biodiversità delle specie vegetali e che teniamo in particolare considerazione. Poi c’è un tema complessivo, sulla biodiversità delle specie viventi, che in questo momento è particolarmente acuto e forse direi anche urgente. Credo che la cosa più bella sia tutta l’evoluzione che Édouard Glissant ha fatto con il concetto di créolité e di mondialité. Naturalmente il compito dell’architetto e dell’urbanista è creare le condizioni, cercare di favorire certi processi. È molto difficile ma è molto interessante, è sempre una sfida. Progettiamo il calco, perché le cose poi prendano vita. Si tratta di immaginare una situazione in cui esista equilibrio tra il principio di identità di una comunità di un gruppo, di un’etnia, di una cultura e il principio invece di scambio, nel senso di capacità di guardarsi con gli occhi degli altri, cioè tra il capitale sociale di legame e il capitale sociale ponte (per dirla con Hilary Putnam). 
Devi definire gli spazi senza dimenticare che c’è una necessaria richiesta di identità e allo stesso tempo devi pensare qual è la dimensione congrua affinché l’identità non sovrasti le possibilità di scambio, di interazione e di mobilità sociale. Questa sfida è legata al concetto di biodiversità in un certo senso, sicuramente il cuore pulsante della attività di ricerca del mio studio in Italia, in Cina, e in Albania. Non è molto diverso da quello che succede nelle foreste, dove alcune specie devono costituirsi come cluster o come aggregati per poter sopravvivere. È la rete. 

Il Bosco Verticale costituisce per te un punto di svolta, di rottura fondamentale.

Sì, certo. Ovviamente è una specie di manifesto attivo, che continua a parlare, a prescindere. Quando ero a Domus come direttore nel 2005 mi ero occupato del tema dello sdoppiamento dei luoghi. In un articolo, che avevo intitolato Superluoghi, scrivevo che ci sono ormai al mondo dei luoghi che hanno una natura doppia. C’è l’esistenza del coagulato di pietra, acciaio o vetro, che sta in quel luogo, e poi c’è il simulacro mediatico, che costruiscono le riviste. Il simulacro è potentissimo, non invecchia, è completamente staccato dall’edificio in sé. In un certo senso, dopo averla studiata, vivo questa dinamica in prima persona. Anche nel caso del Bosco Verticale, per esempio, la vita dell’oggetto ha una certa e relativa autonomia dalla vita del simulacro e le due sfere continuano a dialogare tra loro. La cosa interessante  è che a volte torna a essere un oggetto mediocre, ma nel senso giusto del termine (succede in autunno e in inverno, spesso, quando le piante vanno in riposo). A metà ottobre si abbassa, diventa un elemento in una città ordinaria e di nuovo in primavera prende slancio. È un ciclo di vita che ogni anno diventa più potente.

È un’architettura di fatto incontrollabile, come se avessi creato un algoritmo architettonico.

In architettura questo accade sempre però, eh… diciamo che qui il rischio è maggiore. Nessuno sa cosa succederà nel futuro. A volte di notte mi sveglio e mi domando cosa accadrà alle radici, ne sono ossessionato.

Credo che questa sia la sua vera potenza, non permettere di prevedere come sarà la facciata l’anno prossimo.

È così, dici bene. Si tratta di un’intersezione di specie che va al di là dell’albero singolo, sono tanti gli equilibri che ogni volta devi costruire quando fai questo tipo di cose e molti di questi equilibri come ogni cosa in natura restano una spettrografia incontrollabile e per questo meravigliosa e terribile. Attualmente, ed è una ricerca per me e i collaboratori essenziale, stiamo applicando il modello di forestazione urbana a progetti di edilizia sociale che rifuggono anche la critica al modello milanese di edilizia di lusso del Bosco Verticale. Un altro Bosco Verticale che stiamo costruendo a Eindhoven, in Olanda, e che dovrebbe essere pronto il prossimo dicembre funzionerà così; ma ne stiamo realizzando due anche in Cina proprio interpretando questo modello sociale. In qualche modo credo che il Bosco Verticale abbia cambiato i criteri di valutazione standard dell’architettura, ha interpretato un sentire comune e lo ha cristallizzato oltrepassando definitivamente la cesura tra natura e cultura. È come se avesse posto un asticella, un punto di comparazione differente. Qualsiasi cosa significherà in futuro, ne sono felice. 

1 Il Bosco Verticale è il primo prototipo di riforestazione urbana, ideato dallo Studio Boeri Architetti nell’area Porta Nuova a Milano. Ultimato nel 2014, l’edificio residenziale rappresenta il modello di una nuova architettura della biodiversità, che concepisce la vegetazione come elemento essenziale. “Una casa per alberi che ospita anche umani e volatili”.

2 Il Modulor è una scala di misurazione sviluppata nella metà del secolo scorso dall’architetto Le Corbusier, che prende come riferimento le proporzioni del corpo umano, continuando le teorie dell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, a sua volta ispirate agli studi di Vitrùvio.

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