La parola alla merce

Testo di Davide Coppo
Fotografie di Claudio Rasano

Il 20 giugno 2018 l’edizione del quotidiano britannico Guardian conteneva alcune pagine che, da lontano, assomigliavano a un registro telefonico, solo caratteri piccoli e inchiostro nero e colonne fitte di testo. Ti accorgevi, andandoci più vicino con gli occhi, che era un elenco: quello dei 34.361 morti nel tentativo di raggiungere l’Europa dall’Africa e dall’Asia dal 1993 al 2018, via mare e via terra, molti per annegamento, molti mai identificati. La maggior parte delle caselle contengono il fantasma di un uomo o di una donna: non hanno nome, volto, né si conosce il Paese da cui erano partiti. Nemmeno dei vivi, tuttavia, sappiamo molto: il perché hanno deciso di attraversare il mare, cosa hanno trovato una volta sbarcati. Il fenomeno migratorio verso l’Europa è in costante ascesa, eppure, nonostante gli oltre cinque miliardi di telefoni sparsi nel mondo e i circa quattro miliardi di account registrati nei vari social network, i racconti dettagliati dei sopravvissuti alle traversate sono pochissimi, e poco o nulla è stato registrato del viaggio, degli ostacoli, delle stazioni di passaggio, del mare, dei sentimenti, della paura, della vista dell’Europa.
Non è soltanto una perdita per il mondo e per la sua storia (e per la storiografia), ma sarà, in futuro, un buco nella memoria dei discendenti di quei protagonisti, un vuoto probabilmente incolmabile nella conoscenza delle proprie radici.

Nel 2018 è uscito per la prima volta – era stato scritto nel 1927 – un libro che è anche un documento storico fondamentale: si chiama Barracoon ed è, in sostanza, un’intervista lunga oltre cento pagine a Cudjo Lewis, l’ultimo sopravvissuto – l’ultimo, dopo milioni e milioni – del Middle Passage, la tratta che per oltre cinquecento anni trasportò uomini e donne dalle coste dell’Africa occidentale a quelle del “Nuovo Mondo”. Cudjo Lewis non era nato chiamandosi Cudjo Lewis: la madre l’aveva chiamato Kossula e tutti l’avevano chiamato così per diciannove anni, a cavallo tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento, quando viveva in un piccolo regno dalle parti dell’attuale Benin. Kossula per diciannove anni non aveva visto uomini bianchi, ne aveva soltanto sentito parlare, non conosceva l’America, non conosceva la schiavitù, non aveva un cognome. A catturarlo furono, un giorno, soldati del Dahomey, un potente regno vicino, nel corso di una guerra lampo: in poche ore il villaggio di Kossula venne distrutto, vennero fatti prigionieri gli uomini più giovani e forti, decapitati gli altri, le teste infilate su picche e affumicate da portare in dono al re del Dahomey.
I prigionieri vennero incatenati, fatti marciare no al mare, alla spiaggia dove i bianchi aspettavano con scialuppe e navi. Comprarono centinaia di prigionieri dal re del Dahomey, tra cui Kossula, li spogliarono e li sdraiarono nella nave. Per settanta giorni, nudi e accatastati come rami tagliati da un albero, uomini liberi fino ad alcune ore prima viaggiarono nella stiva della Clotilda su un mare che non conoscevano, verso una terra che non sapevano esistere, lasciando per sempre l’Africa, la lingua, l’identità, la vita precedente. Kossula visse in schiavitù cinque anni e sei mesi, prima dell’abolizione. Ed è paradossalmente dopo la schiavitù che, in Barracoon, si manifesta la crudeltà del rapimento, che è una crudeltà fatta principalmente di assurdo: Kossula non riusciva a capire perché fosse in America, cosa ci si trovasse a fare. “Non abbiamo né un paese né una terra!”, disse della sua condizione di “uomo libero” in America, come se della libertà gli importasse, in fondo, meno che dell’Africa.


Barracoon, dando voce alle vittime, diventa oggi un testo fondamentale per capire a distanza di secoli anche soltanto una briciola di quello che fu il Middle Passage. Non è un pur drammatico resoconto della tratta, non è storia e non è antropologia, ma la memoria di un uomo strappato alla vita di uomo e venduto come merce. Centinaia di milioni di uomini e donne come Kossula furono trasportati e trapiantati nelle Americhe o nei Caraibi, in cui – come rami tagliati da un albero – si fecero forza di crescere e sviluppare nuove radici.

Che cosa può accadere, poi, dopo decenni o secoli, quando qualcuno vuole guardare oltre quelle nuove radici? È una domanda a cui hanno risposto in pochi perché l’Occidente bianco l’ha posta poche volte, ma c’è chi se l’è posta da sola, come Toni Morrison, e ha risposto (da Amatissima) parlando di “una solitudine che vaga”. “Neanche cullandola la si può tener ferma”, ha scritto. “È viva, per conto suo. Una cosa secca, che si allarga, e fa risuonare i passi di chi cammina come se venissero da un posto lontano”.
C’è anche chi, come Derek Walcott, nativo di Santa Lucia nei Caraibi, ha dedicato tutta la vita e la sua opera a trovare una risposta. Il protagonista di uno dei suoi componimenti più importanti – e Schooner Flight – dice di sé, impersonando il vero Walcott: “Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, / ho avuto una buona istruzione coloniale, / ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese, / sono nessuno, o sono una nazione”.

In un altro poema, Omeros, epica caraibica con protagonisti pescatori chiamati Achilles innamorati di donne sensuali come Helène, Walcott affronta ancora la questione delle sue origini e di quelle del popolo senza radici. Descrive così gli antenati caricati in catene sulle navi negriere: “E ora erano carbone, legna, rami tagliati, / non uomini. Avevano lasciato le loro ombre / amate vicino alla luce dei falò. Grattando una tavola // incisero nel legno i loro nomi perduti, / e le loro antiche forme tornavano assorte; ciascuno / portava il proprio peso senza nome nel nuovo mondo”.
Sono parole che risuonano in un certo senso in quelle usate da Kendrick Lamar in e Blacker the Berry, canzone del 2015: “I’m African- American, I’m African”, dice, “heritage of a small village”, come Kossula in Barracoon, ed è un village che viene “from the bottom of mankind”.

Il Middle Passage fu la più grande migrazione forzata della storia, ma gli spostamenti di migliaia di esseri umani oggi in atto – dall’America del sud verso quella del nord, dall’Africa e dall’Asia all’Europa e all’interno degli stessi continenti da nazione a nazione – sono spesso altrettanto forzati, sono fughe da guerre, fughe da cambiamenti climatici, fughe da regioni in via di desertificazione. Nelle fughe si lasciano indietro porzioni di sé che non recupereranno, case che non annuseranno più, parenti che non saluteranno più e colori che potranno immaginare ma non riusciranno a rivedere. È importante, per chi parte e per chi resta, e per gli stati che accoglieranno le nuove radici, che la memoria di questi viaggi venga prima raccolta e poi conservata. Un progetto come quello dell’artista marocchina Bouchra Khalili – e Mapping Journey Project – è solo un esempio di quello che si può fare per mantenere la memoria: consiste in una serie di video in cui, attraverso una penna e una mappa, le voci dei migranti raccontano e disegnano i complessi itinerari che li hanno portati attraverso diversi mari e Paesi.

Quello che occorre oggi per poter in futuro riempire i buchi nella memoria, ricucire i rami spezzati, è un grande lavoro di archivistica che sia in grado di raccogliere e ordinare e conservare i diari e le testimonianze, seppur poche, che riescono ad attraversare mari e deserti e confini. Le migrazioni e le fughe lasciano un mucchio di cose per strada, case e persone, vestiti e barche, canzoni e genitori, ognuna un ricordo, insieme una memoria. Spesso ce lo si dimentica, ma per un futuro sano la memoria è la cosa più importante.

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