Quando il pericolo si avvicina, cantagli una canzone

Una conversazione con Amy Hempel 
di Valentina Pigmei
Fotografie di Ioulex 

Amy Hempel, che ha compiuto sessantanove anni e da poco ha scoperto la bellezza dei tatuaggi, si è incisa sulla gamba un proverbio arabo contenuto nel suo ultimo libro: “Quando il pericolo si avvicina, cantagli una canzone”. La “dea degli scrittori”, come l’ha chiamata Chuck Palahniuk, è una donna minuta, dal carattere determinato. Originaria di Chicago ma cresciuta in California, dalla metà degli anni Settanta si trasferisce a New York per incontrare il leggendario editor Gordon Lish, che lascerà un segno indelebile nella sua formazione letteraria. Da allora Amy non ha mai più lasciato la Grande Mela, e oggi è più probabile incontrarla a passeggio con i suoi cani, a Central Park o lungo una spiaggia degli Hamptons, che da qualsiasi altra parte. Hempel è una grande amante degli animali, soprattutto dei cani, che sono spesso co-protagonisti di suoi racconti. Come ha scritto James Wood sul “New Yorker”: “Hempel e i cani vanno a braccetto come Flannery O’Connor e Dio”.  

Pluripremiata maestra del racconto breve, Hempel insegna scrittura creativa a Harvard, Princeton e alla Stony Brook University a Long Island, e ha pubblicato soltanto raccolte di racconti, ma un romanzo breve: Ragioni per vivere (1985), Alle porte del regno animale (1990), Rientrata (1997), Il cane del matrimonio (2005), oggi tutte riunite in un unico volume edito da SEM (Ragioni per vivere. Tutti i racconti. 2019). Dopo un decennio di silenzio, lo scorso anno è uscito Nessuno è come qualcun altro (SEM), la sua ultima formidabile raccolta. Le short stories di Amy Hempel sono sempre brevissime e fulminanti, e simili a fuochi d’artificio, talvolta sono più lunghe e seducenti, ma sempre magicamente simili alla realtà. 

Valentina Pigmei: Sei arrivata a New York a metà degli anni Settanta. Ti sei sentita subito a casa?

Amy Hempel: Sì, fin dal primo istante in cui vi ho messo piede. Stavo tentando di lasciare la California già da un po’, ma quello che mi spinse a prendere finalmente un aereo per Manhattan fu la morte del mio migliore amico. Il giorno del suo funerale ho volato a New York la prima volta. Arrivai qui il primo maggio, infatti gli alberi di Central Park avevano la maggior parte delle foglie: ricordo di aver camminato per chilometri quella prima notte. Allora New York era ancora una città piuttosto malfamata e pericolosa, era un posto tosto dove vivere, tuttavia io trovai persone interessate al prossimo e solidali. Ho amato questo posto da subito e ho pensato che non me ne sarei mai stancata. La prima impressione che ho avuto di questa città si è rivelata vera.

È vero che Gordon Lish è stata la tua prima e più importante connessione con il mondo letterario di New York?

Non sarei mai diventata la scrittrice che sono se non avessi studiato con Gordon Lish. Grazie a lui ho incontrato tantissimi scrittori, sia tra le pagine dei libri che di persona, lui è stato la mia “connessione letteraria” con NYC. Qui conosci altri scrittori attraverso amici o anche solo perché vivi qui. A un certo punto chiunque mi si palesava, ed è una cosa che accade ancora oggi. A volte mi dimentico che nel resto del paese non è così facile andare a un reading letterario tutte le sere. C’erano così tanti party editoriali… e ancora ci sono!

Quanto e come è cambiata New York rispetto a quegli anni?

La città è cambiata tantissimo negli quarant’anni in cui ho vissuto qui. Una mia amica scrittrice di New Orleans ha scritto: “Un posto è diverso quando ci ami qualcuno”. Penso che sia vero. Molte delle persone che ho amato sono morte e questo cambia il mio senso del luogo. Ho conosciuto John Lennon solo attraverso la sua musica, non personalmente, ma sono rimasta spesso a lungo in piedi davanti al memoriale dedicato a lui nel parco, di fronte al Dakota Building, il palazzo in cui lui viveva e davanti al quale fu assassinato.
Alcuni posti che sono stati una grossa parte della mia vita sono scomparsi, alcuni di quei piccoli cinema d’essai dove ti sedevi e di fianco a te potevi trovare Susan Sontag. Ci sono nuovi meravigliosi posti, certo, ma io ho nostalgia del CBGB’s, ad esempio, dove suonava sempre Patti Smith. Molte parti di NYC adesso sono un po’ più “patinate” di quello che erano. E il CBGB’s patinato non lo era proprio! Ricordo anche di aver visto tanti lavori di artisti che sono diventati subito molto importanti per me, come ad esempio i primi video di Shirin Neshat, che vidi per la prima volta in una galleria di Chelsea.

Da artista e scrittrice sperimentale, a quale futuro artistico e culturale aspiri per New York?

NYC sarà sempre – culturalmente e artisticamente – un posto in cui fare scoperte elettrizzanti. Io collaboro con la American Academy of Arts & Letters e questo mi tiene aggiornata sulla letteratura. Le riunioni dell’Academy sono sempre molto divertenti, ti può succedere di star seduta vicino ad alcuni dei tuoi eroi e di andare a cena con loro, gente come Sharon Olds o Joy Williams. Soltanto qualche mese fa alla Marlborough ho visto l’incredibile e potentissimo show dell’artista sudafricano Peter Sacks. Parlo di lavori che trasformano profondamente lo spettatore…

Quali sono i tuoi luoghi di culto a New York e nei dintorni?

Senza dubbio il Central Park, il Lower East Side e l’Upper West Side. Ho sempre adorato passeggiare con i miei cani lungo Park Avenue, guardandoli mentre si fermano davanti ai palazzi dove i portieri hanno qualche premio per loro… i miei cani hanno sempre avuto una buona memoria: si ricordano perfettamente quali sono i palazzi che meritano una piccola sosta. Mi piace andare a sedermi dentro certe chiese nei giorni feriali e respirare un po’ di calma. Adoro la costa orientale di Long Island, gli Hamptons, dove mi trovo adesso e dove vivo per la maggior parte del tempo ormai. Gli Hamptons mi piacciono soprattutto fuori stagione. D’estate è affollato, ma adesso ci sono spiagge sontuose e deserte, posti meravigliosi.

In che modo la scrittrice Grace Paley e i suoi racconti ambientati nel Bronx sono stati un modello letterario per te?

Se c’è una scrittrice che considero una delle mie prime eroine letterarie è Grace Paley.  La sua voce è stata fondamentale per me, per ciascun racconto che ha scritto. Il suo era una sorta di parlato iperrealista: lei riusciva a scrivere come la gente parlava, l’unica cosa che lo faceva meglio. Come ha detto una volta un mio amico, si può apprendere come vivere leggendo i suoi racconti. Inoltre ammiro come lei riusciva a fare entrare nella sua fiction le sue prese di posizioni contro la guerra ad esempio, senza mai essere moralista. Era una persona pragmatica: stimolante come scrittrice ma altrettanto come donna. 

Vivi con qualche cane in questo periodo? È possibile per un cane essere felici nella Grande Mela?

Ho sempre avuto due cani, adesso ne ho uno solo, un pit bull trovatello. Continuo a fare volontariato al canile e in passato mi è capitato di prendere in affido alcuni pit bull. In questo momento viaggio troppo per farlo, ma ho in programma di rifarlo presto. New York è una città perfetta per i cani. E’ piena di stimoli, e se vivi vicino a un parco è semplice portarli a fare le passeggiate. Inoltre io penso che i cani di città per essere felici abbiano bisogno di una cosa sola: un rifugio. Vivere in un appartamento in città è comunque meglio di vivere (e morire) in un canile.

Se non mi sbaglio c’è un solo racconto nel nuovo libro ambientato a New York…e parla di cani.

Sì, s’intitola Un rifugio con tutti i servizi, un racconto basato sulla mia esperienza come volontaria in un canile dove sopprimono i cani a East Harlem. Ho lavorato lì circa due anni. Un posto infernale, ma non mi sono mai sentita così necessaria come quando ero lì a occuparmi di quei cani condannati… anche se poi siamo riusciti a farne adottare alcuni! Sono stata profondamente ispirata dagli altri volontari e dagli operatori del canile con i quali ho lavorato.

I miracoli accadono a New York, anche se non abbastanza.

Altre Storie Da

New York

Altre Storie Da

travel culture