Marsiglia

di Massimo Morello

L’uomo che fuma mentre Henry si prepara all’immersione sembro proprio io. Non sono io, ma continuando a guardare quella vecchia foto comincio a crederci: il Panama, gli occhiali, i baffi, la sigaretta soprattutto. Potrei essere io in una precedente incarnazione. La foto appare in un articolo del gennaio 2010, dedicato a Henry Germain Delauze. “Pioniere delle immersioni subacquee con la passione dei tesori sommersi. Tra spionaggio e ricerca scientifica” recitava il sommario. Quella foto è molto più vecchia dell’articolo, come dimostra l’attrezzatura subacquea indossata da Henry, che sembra una delle prime, di quelle utilizzate dal Comandante Cousteau e dai suoi uomini negli anni Cinquanta. Quando Delauze e Cousteau s’incontrano a Marsiglia. «Io avevo una voglia folle d’avventura e Cousteau era al suo debutto» mi raccontava Delauze. Poco dopo i due sarebbero entrati in rotta di collisione. Erano entrambi duri e ambiziosi, ma con visioni diverse: Cousteau voleva diventare un profeta, Delauze un corsaro.  

Anch’io avevo incontrato Delauze a Marsiglia. Quell’intervista nella sua fantastica casa incastrata nel vecchio porto, tra storie di spie, pirati, tesori sommersi, avventure negli abissi e nello spazio (la società da lui fondata, la Comex, Compagnie maritime d’expertises, dopo essere divenuta leader nei lavori su alti fondali si stava rivolgendo alle missioni spaziali), mi avrebbe condotto a seguire nuove trame.

Delauze ha concluso la sua “vida formidable” come diceva nel patois delle cinque lingue che parlava, il 14 gennaio 2012 e io ho capito che era troppo tardi per diventare un corsaro o un profeta. Marsiglia, però, era un buon posto per continuare a sognarlo. Magari tramite il mio doppio, quell’uomo nella foto che riappare nell’aria di Marsiglia come un’immagine latente. Tanto che a volte comincio a credere che sia lui e non io l’uomo che periodicamente fa un giro in città. Forse è lui che si materializza al posto mio. Come quando un vecchio sergente della legione straniera crede di riconoscere in me un commilitone. Lo incontro alla Pointe Cadière, sotto Malmousque, elegante quartiere su uno dei tratti più belli della costa marsigliese dove si trova “Le centre des convalecents et des permissionnaires de la Légion étrangère”. Io ci vado a nuotare, girando attorno alle isolette d’Endoume, un po’ più al largo. Lui ci fa pesca subacquea. Magari ci siamo davvero incrociati in uno di quegli strani posti dove giornalisti e legionari s’incontrano. Comunque sia, come appaio a quel legionario deriva dalla mia trasformazione.

A Marsiglia divento un perfetto “avventuriero passivo”. La definizione è di Pierre Mac Orlane, pseudonimo di Pierre Dumarchey, scrittore, paroliere di canzoni per Juliette Greco, eroe nella Grande Guerra, bohèmien. È autore del Piccolo manuale del perfetto avventuriero, uscito nel 1920, da cui traggo giustificazione. Secondo Mac Orlane, infatti, l’avventura non esiste: “È nella fantasia di chi la insegue e, non appena si riesce a toccarla con un dito, svanisce, per fare capolino da tutt’altra parte, sotto una diversa forma, ai limiti dell’immaginazione”. Chi insegue l’avventura, a sua volta, può essere attivo o passivo. L’avventuriero attivo ama la disciplina, per cui spesso finisce in istituzioni come la Legione. L’avventuriero passivo, invece, lo si trova spesso fra gli scrittori, che in casi rarissimi possono essere attivi e passivi contemporaneamente. Diventare avventurieri passivi richiede un quotidiano esercizio dell’immaginazione, da nutrire con opportune letture e qualche viaggio. “Una visita a Marsiglia”, ad esempio “fornirà un corredo di accessori con cui potrà immaginare senza pericolo l’intero Estremo Oriente”. 

Tra le luci e le ombre di Marsiglia, dunque, si intrecciano le trame degli avventurieri “ibridi”. La città è un palcoscenico dove ognuno può immaginare o realizzare le sue aspettative romantiche o letterarie. Nelle città come Marsiglia lo spirito del luogo ti s’incolla addosso, fisicamente, psicologicamente. Perché è l’archetipo delle città-porto, questi snodi nomadici, queste feste mobili, dove il porto si è creato seguendo la natura del territorio. Evoca passaggi, partenze, arrivi, sin quasi a divenire metafora di un arrivo finale, com’è accaduto all’avventuriero ibrido incarnato nel poeta maledetto Rimbaud. Ha scritto Jérémy Collado, scrittore del Sud francese: “Rimbaud fu dovunque e in nessun luogo. Qui fu di passaggio, sempre in partenza”. Sino all’ultima: è morto a Marsiglia. Qui, al contrario, nacque il delirante profeta del “Teatro della Crudeltà”, Antonin Artaud, che a Marsiglia sembra aver assorbito la capacità visionaria di un altrove sconosciuto.

E dove se non a Marsiglia poteva prendere il largo colui che incarna l’avventuriero ibrido: Joseph Conrad? Nel 1874 il giovane polacco Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski fu mandato in Francia per evitare l’arruolamento nell’esercito dello zar. Arrivato a Marsiglia s’imbarcò su un brigantino diretto in Martinica. Quelle prime avventure nella marina mercantile francese gli fornirono materiale per due romanzi: Nostromo e La freccia d’oro, ambientato proprio a Marsiglia. “Per me la Canebière era una strada che conduceva verso l’ignoto” ha scritto.

Quella strada non ha una destinazione predefinita quando s’inseguono le tracce di chi da Marsiglia è partito per cercare una trama piuttosto che un luogo. “Ci s’imbarca per tutti i mari, per il rosso e il nero, per tutti gli stretti, tutti i canali, tutti i golfi. Ne vedrete di paesi! Ne conoscerete di cose insospettate!” ha scritto Albert Londres (1884-1932), reporter di guerra, scrittore. “Marsiglia appartiene a colui che viene dal largo”, ha scritto Blaise Cendrars (1887- 1961), uno degli intellettuali-avventurieri passati per il centro di reclutamento della Legione Straniera. Per Louis Brauquier (1900-1976), il poeta di Marsiglia, ufficiale della marina mercantile, “La vita è un’avventura che parte per l’eternità”, la nave “è il rifugio del nomade, la sua isola”. “Tornerò ad arenarmi nel cuore delle navi” il verso che ne definisce il destino. 

Quel destino, che si perde nell’“orizzonte del mare” è “l’unico credo” di Jean-Claude Izzo, il giornalista marsigliese considerato uno dei creatori del noir mediterraneo, quel “Mediterraneo diviso tra bellezza e violenza, tra due colori: l’azzurro del cielo e del mare e il nero della morte e dell’odio”. I suoi romanzi sono una ricerca di verità in un ambiente segnato dalla bellezza e dalla violenza, uno sguardo sul lato oscuro di uno spazio solare e azzurro.

“Marsiglia è la Chicago francese, con le sue strade bollenti, i bordelli, gli omicidi, il racket, la droga… tutto vero, e tutto esagerato” ha scritto Christian Harrel-Courtès, uno degli autori che alimentano l’immagine rétro di Marsiglia, carica d’aria salata, sentori di spezie, battuta dal Mistral, il vento di nord-ovest e scaldata dal cagnard, il sole. È un’immagine di città canaglia, sporca e “mal foutue”, come la descriveva Cendrars, proprio quando quell’immagine andava formandosi, di cui è parte inscindibile la cultura del banditismo, quella personificata dal voyou, il bandito, dal le cake, il tipo con la catena d’oro al collo, e dalla cagole, la sua vistosa compagna. Quella del film Borsalino, con  Jean-Paul Belmondo e Alain Delon nel ruolo ispirato a Paul Carbone e François Spirito, gli artefici del “milieu marseillais”.

Chi l’ha descritta meglio è un italiano: Giancarlo Fusco (1915-1984), eccentrico giornalista. In un romanzo che assicura autobiografico, Duri a Marsiglia, s’incarna in Charlot le Pianiste, detto così perché tiene una calibro 9 nel pianoforte della bisca. «Sul doppiopetto marrone a righine crema indossavo un trench all’irlandese, strettissimo in vita. Sulla camicia nocciola, la cravatta sangue di bue, crivellata di pallini zabaione, era fermata da una testa di Medusa in similoro…». 

Secondo il sociologo Laurent Mucchielli proprio queste “forti radici storiche del banditismo” spiegano la violenza del milieu marsigliese. «I giovani senza avvenire e senza risorse sono pronti a giocare ai banditi». Tanto più in una città che ha sempre alimentato “la dimensione immaginaria” del bandito. 

“Le avventure continuano ma prendono direzioni differenti. Il mare induce a osservare nuovi orizzonti” commenta Richard Campana artista e autore di cahiers de voyages che ricordano Hugo Pratt. Il marsigliese, in effetti, è un po’ come Corto Maltese, un tipo umano sovranazionale: l’abitatore dei porti. “Siamo venuti da tutti gli orizzonti” è la magnifica sintesi del giovane Nicolas, che alterna pesca e scienze politiche vantando il metissage di una città con un quarto della popolazione musulmana, dove ognuno dichiara una discendenza italiana, greca, maltese, nordafricana, indocinese. 

La criminalità è divenuta così una trama costante. Tra gli anni ‘50 e ‘60, è quella della “French Connection”, l’organizzazione che gestiva la raffinazione dell’eroina proveniente dalla Turchia e riforniva la mafia italo-americana. E anche a questa è dedicato un film, The French Connection, interpretato da Gene Hackman. 

Oggi l’immaginario banditesco si rappresenta e si celebra nella “retorica del kalash”, come la definisce il giornalista Philippe Pujol che da anni si cala in “immersione vertiginosa” nella “fabbrica dei mostri”, i quartieri nord di Marsiglia dove il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, non banlieue, ma cité, conglomerati di ecomostri, corti dei miracoli dominate dagli “charbonnier”, i trafficanti di droga. «Ci sono più kalashnikov a Marsiglia che nel centro di Kabul» dice Pujol. È la Marsiglia cantata dai Psy4 de la rime gruppo rap composto da tre cugini originari delle Comore: “Une ville au bord de la crise de nerfs… Marseille est une ville sous haute tension… Racket, Kalashs… Et ouais c’est le bordel, sur la vie de ma mère!”

Distinguere la realtà dalla fiction diventa ancor più difficile parlando con Marcantonio Vinciguerra. «Oggi giriamo una scena al porto dove c’è uno appeso su una nave tutto pieno di sangue» mi preannuncia, invitandomi a seguire le riprese. D’origini italiane, ex rapinatore, è diventato famoso per Marsiglia, una serie su YoutTube che ha avuto uno straordinario successo, e ha appena presentato un film “pilota” che potrebbe interessare a Netflix. Si ispira a Gomorra, Suburra, Romanzo criminale.

Il crimine “made in marseille”, in compenso, secerne una dose sufficiente di follia e nichilismo per contrastare qualsiasi ideologia radicale. “Volete venire a Marsiglia? Venite pure, vedrete cosa succede. Volete la guerra? L’avrete. Abbiamo kalash, abbiamo lanciarazzi… Anche se mi fai fuori io resuscito e mi fotto tua madre”. Con questa sfida si apre un video postato su YouTube, poco dopo l’attentato terroristico di Nizza del 2016. E’ stato realizzato e interpretato da Mohamed Henni, un supporter dell’OM, l’Olympique de Marseille, la squadra cittadina, che normalmente dedica i suoi video al calcio. In quel caso, però, sfida, minacce e insulti sono rivolti, come dichiara il titolo, ai terroristi islamici che avevano annunciato un attacco su Marsiglia. 

“Perché sono così pochi i foreign fighters che provengono da Marsiglia? Perché a Marsiglia puoi giocare con il kalashnikov, non hai bisogno di andare a Raqqa. Senza contare che qui puoi uccidere i tuoi nemici e poi andare a bere al night. Cosa che a Raqqa non puoi fare” dice Olivier Roy, autore del saggio L’Islam mondialisé.  “Non è morale, lo so. Ma la storia non lo è”. 

Alla morale, invece, si richiama padre Renato Zilio, missionario che opera nel terzo arrondissement, un quartiere nel centro di Marsiglia, il più povero di Francia. «I musulmani che vivono qui capiscono certi valori: è il gene del migrante» mi dice nel suo modesto affacciato su un piazzale circondato da palazzoni popolari e un muro. 

«È il mio muro dell’infinito».

Oltre quel muro, c’è anche una città che sta cambiando, con i nuovi poli culturali e residenziali opera di archistar come Jean Nouvel, Massimiliano Fuksas, Kengo Kuma, Stefano Boeri. Il piano di rinnovamento del Vecchio Porto è opera di Norman Foster e del paesaggista francese Michel Desvigne. All’imboccatura di questa immensa piazza d’acqua circondata da un’area pedonale, cui è collegato da una passerella sospesa – si apre il Mucem, Museo delle Civiltà d’Europa e del Mediterraneo. Ideato dall’architetto Rudy Ricciotti, è una struttura dentellata che, per i chiaroscuri che crea al suo interno, è stata definita una “casbah verticale”. 

L’intero skyline è dominato dai 147 metri della torre progettata da Zaha Hadid per la CMA-CGM, terza compagnia mondiale nel trasporto marittimo di container. 

È il simbolo del vero rinnovamento marsigliese, la riconquista di un primato portuale mediterraneo, grazie anche ai sempre più forti accordi con il governo cinese che vede nella città un terminale per l’espansione verso il Maghreb e l’Africa occidentale. Al tempo stesso Marsiglia è divenuta uno degli snodi globali per le connessioni intercontinentali delle trasmissioni di dati via cavi sottomarini.

Il traffico di merci e informazioni, non a caso, è l’oggetto della mostra permanente allestita al Mucem: Connectivités. È ispirata all’idea dello storico Fernand Braudel 1902-1985, secondo cui la storia è sempre molteplice, non si declina al singolare, ma si pluralizza incessantemente ramificandosi e inventandosi. È il concetto della geostoria, l’intricata trama che compone le società umane di cui occorre dipanare i singoli fili e i loro intrecci per un certo tratto di tempo. La storia va pensata come un tempo e un luogo creativo “e aperto sempre” attraversato da una molteplicità di storie.

Personalmente rielaboro questa filosofia a Marsiglia in incontri, coincidenze, scoperte, incroci, tra esperienze fisiche, culturali, esistenziali. Ci rifletto leggendo Quando guidavano le stelle di Alessandro Vanoli, che mi conduce in un Oriente mediterraneo, che sia a Venezia, Barcellona o Marsiglia. Ma anche ad Ancona, mia città natale. La casualità si rinnova nell’incontro con Bryan Di Salvatore, compagno di viaggio a caccia di onde di William Finnegan, l’autore di Giorni selvaggi, uno dei libri culto dei surfer. Bryan mi parla di un libro di James Welch, scrittore che viveva a Missoula in Montana, 500 miglia a est dal più vicino oceano, dove si è ritirato anche Bryan: The Heartsong of Charging Elk. Narra le avventure un Sioux abbandonato a Marsiglia nel 1890 durante una tournée del “Wild West Show” di Buffalo Bill”. È una storia in cui Marsiglia è “il quadro spazio-temporale storico, esotico e generico” scrive Erika Riberi della Aix-Marseille Université. Bizzarro come il suo giudizio mi ricordi la concezione storica di Braudel ma anche la visione quantica dell’epistemologia di Carlo Rovelli, fisico e filosofo che insegna alla stessa università.

Sono tutti libri e autori che sfoglio alla plage des catalans, la spiaggia popolare di Marsiglia, che può essere teatro di una rissa, di canzoni gitane o di notturni di Chopin… E mentre stavo concludendo così questo articolo, nuotando di fronte alla plage, vedo un gruppo di statue appena deposte sul fondo. È il “Musée Subaquatique de Marseille plage des catalans”. La scultura centrale è l’esoscheletro di un riccio creato da Daniel Zanca, artista italo-franco-algerino. Siamo diventati amici là, in acqua.

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