Le mappe dei sogni

Testo di Massimo Morello
Fotografie di Luca De Santis

“E poi ci sono le mappe dei sogni…” inizia a raccontare il Cartografo mentre bordeggiamo una lunghissima, candida spiaggia di un’isola al largo della costa cambogiana. È il suo ritiro. Era la sua base per disegnare le carte dell’arcipelago di Koh Rong. Prima ancora aveva fatto lo stesso lavoro tra Tibet e Nepal. 

Le mappe dei sogni, spiega il Cartografo, non rappresentano luoghi fantastici, immaginari. Non sono il disegno di luoghi, come quella spiaggia, dove si materializza l’immagine matrice dell’isola dei sogni. Non sono paragonabili alle mappe mentali degli aborigeni australiani, che ripercorrono le vie create dall’incessante cammino dei mitici progenitori nel Tjukurrpa, il Tempo del Sogno. Secondo il Cartografo e altri sognatori come lui, sono un po’ di tutto questo. Sono mappe di luoghi reali, esistenti. Ma lo sono anche dei sogni perché rappresentano luoghi sognati, che si credevano inesistenti, leggendari, tracciate seguendo e verificando un mito, un racconto. 

Girando tra le isole e raccontandoci storie reali e sognate, le mappe si materializzano nei racconti. “Il cartografo serve a questo. A disegnare quello che c’è sotto, quello che i satelliti non riescono a vedere”. La sua è una versione topografica dell’illusione tantrica di Maya, qualcosa che sta tra realtà e sogno, percezione e sensazione. Inevitabilmente mi è tornato in mente l’aforisma di Alfred Korzybski, padre della semantica generale: “La mappa non è il territorio”. In realtà m’è rimasto impresso perché è una battuta di Robert De Niro nel film Ronin. Il significato è evidente, ma quel giro in barca mi ha indotto a pensare che la mappa possa essere il territorio, soprattutto se si tratta di una mappa del sogno. È un po’ ciò che affermava Gregory Bateson, maestro dell’ecologia della mente: “Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L’emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni”. L’aveva intuito per pura illuminazione un vecchio aborigeno Warlpiri incrociato nel grande Centro Rosso australiano. “La terra è una mappa. Non c’è geografia senza significato e senza storia” mi aveva detto indicando con un ghirigoro sulla sabbia il percorso che avrei dovuto seguire.

Il Cartografo è diventato un doppio, un’ombra. Appare richiamato da incontri, ricordi, progetti, per caso, volontà o serendipità. Ogni volta con aspetto diverso: un monaco, un mago, una spia, un avventuriero fisico o del pensiero. In qualsiasi personificazione fa da guida nelle divagazioni e negli intrecci del viaggio. Aiuta a osservare. In viaggio bisognerebbe limitarsi a questo. Scrive Joseph Campbell, uno dei massimi studiosi di mitologia e del pensiero religioso: “Non si dice ai propri occhi ‘andate e agite su quella cosa laggiù!’, ma si sta a guardare, a osservare a lungo ed è il mondo che si muove verso di loro. Esiste un termine cinese molto importante: wu-wei, letteralmente ‘che non agisce, che non fa’, il quale non significa ‘che non fa niente’, bensì ‘che non forza, non costringe’. Le cose si apriranno da sole, secondo la loro natura”. Il mondo che ti si apre davanti è uno spazio mentale, dopo essere stato vissuto fisicamente, in viaggio. Quello che si compone è un atlante del tuo spazio interno. E le sue mappe ti aiutano a ritrovare meglio le coordinate di quello esterno. 

Il viaggio diventa meditazione. Scrive Alan Watts, maestro occidentale dello Zen: “Lo Zen non ha mete; è un viaggiare senza punto d’arrivo, senza un luogo dove andare. Un mondo che tende sempre più a destinazioni senza viaggi, un mondo che s’interessa soltanto di arrivare in qualche posto il più rapidamente possibile diviene un mondo senza sostanza. Si può giungere in qualsiasi luogo e dappertutto; eppure, quanto più questo è possibile, tanto meno il qualsiasi luogo e il dappertutto meritano di essere raggiunti. I punti d’arrivo sono, invero, troppo astratti, troppo euclidei, perché se ne tragga piacere”. Nella tradizione Zen esiste una figura che ben spiega questo concetto: quella degli “Unsui”, monaci erranti che intraprendevano un viaggio spirituale alla ricerca dell’essenza della vita e il loro vagabondare ne era la rappresentazione. In Giappone li chiamavano “nuvola o acqua viva”: il monaco non abita in nessuna parte, va, libero come l’acqua, come l’aria. “…Moving ‘cross the borders Of My Secret Life”, “Attraverserò i confini della mia vita segreta” cantava Leonard Cohen nel suo primo album dopo anni di silenzio in un monastero buddhista.

“Sono trafitto da meridiani e paralleli”. La frase non è mia, purtroppo. L’ho sentita tanto tempo fa da Alberto Ongaro, che a sua volta citava Hugo Pratt. Ormai l’ho spacciata tante di quelle volte che non posso più farne a meno. Perfetta giustificazione per tante strane storie come quelle di un viaggiatore che segue le mappe dei sogni.  

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