Architettura multifamiliare

di Massimo Pica Ciamarra
Fotografie di Luca De Santis

Un edificio residenziale che non comprenda solo una o due abitazioni è “multifamiliare”. Qui però mi riallaccio al significato dei “bagli” o delle “case a corte”, insiemi abitati da gruppi limitati, in passato per lo più legati da vincoli familiari o di lavoro. La forma di quel costruito favoriva densità di rapporti, incontri, scambi, momenti di vita comune. 
L’architettura – il disegno dello spazio – è legata a comportamenti e riti: è un dispositivo per creare comunità. A ogni scala il costruito può favorire incontri e socialità o può invece generare separazioni e ostacoli fisici o anche psicologici.

Gli edifici residenziali spesso atomizzano (sono composti da “appartamenti”), separano anche gli abitanti che accedono dallo stesso pianerottolo. La casa multifamiliare a Posillipo (progetto 1964, “licenza edilizia” 1967, abitata dal 1970) nasce sulle tracce di un edificio rurale che appare anche nella mappa del Duca di Noja. Due soli elementi ne sono stati conservati/reinventati: un ampio ambiente a volta e una “torre” quadra, non più di tre metri di lato. Vi abitano otto famiglie; in altre tre unità cinquant’anni fa trasferimmo lo Studio. Non c’è una scala comune; ogni unità ha accesso diretto dagli spazi esterni. Otto convergono in una piccola corte, da sempre dominata dal grande albero di noce – nel 2001 purtroppo sostituito con un ulivo – e segnata da una lunga panca: luogo di incontro e per stare, definito da pareti verticali ampiamente intonacate, con finestre a filo facciata e nelle quali le singole porte d’ingresso sono incassate o comunque protette dalla pioggia. Il primo dei duplex sul fronte più lungo della corte – consciamente risente delle immagini iniziali del Mon Oncle di Jacque Tati, quando Monsieur Hulot esce scendendo da un piano alto della vecchia casa. 

Il fronte verso mare è profondamente diverso: non presenta pareti unitarie come quello sulla corte. È un insieme digradante di terrazze con un giardino pensile, un insieme disegnato in modo che chi vive nei propri spazi esterni – a livello o sulla copertura della propria casa – non ne può raggiungere il limite: non vede chi abita lo spazio aperto sottostante. Insieme quindi comunità e autonomie. I segni negli spazi non-costruiti perlopiù proseguono in continuità dei segni interni al costruito. Per non separare costruito e non-costruito, per raccordare nel paesaggio quanto viene a costituirne una nuova minima parte.

Non dimentico però il commento di Giovanni Muzio quando lo accompagnai a visitare la casa multifamiliare a Posillipo ormai ultimata – settembre 1970 – mostrandogli con malcelato orgoglio le aperture quasi tutte diverse, posizionate per meglio inquadrare panorami, per vedere la luna, per accogliere un importante ramo del noce, e così via. “Bella, ma un po’ viziata” mi disse con simpatia quell’importante architetto portatore di tutt’altro credo: cinquant’anni prima autore della “Ca’ brutta” a Milano – peraltro sua “opera prima” – un edificio residenziale che segnava un ritorno al classicismo in opposizione anche al razionalismo nascente.

Certo questa casa a Posillipo non è inserita in un denso contesto urbano, non è un frammento del paesaggio cittadino, è un’aggregazione di elementi tesi a costituire un frammento del paesaggio collinare. Certo in questo caso era più facile tendere al senso del “multifamiliare”: tensione però doverosa e non impossibile in altri interventi. Penso ai Criteria for Mass Housing di Alison e Peter Smithson che esprimevano tesi del tutto opposte a quelle che avevano animato l’Unité d’habitation di Le Corbusier. Penso alla logica dei percorsi che attraversano il loro Park Hill a Sheffield (1961). Penso alla logica dei cluster… Ho fiducia nel futuro delle case multifamiliari, anche nella “città dei cinque minuti”, nella città densa, quella delle reti di luoghi di socializzazione.

ABITARE LO SPAZIO 

Anni fa fui coinvolto nelle interviste su questo tema ad alcuni architetti europei, curate da Pierre Augustin Lefèvre nell’ambito di una ricerca affidata all’U.P. Paris-La Villette dal Ministère de l’Equipement. Emergevano anche differenze tra mondo latino e anglosassone: più forti a livello urbano, meno alle scale minori. Oggi urge un ragionamento di fondo sui caratteri degli spazi interni al costruito, quelli che costituiscono o costituiranno le nostre abitazioni. Il recente lockdown spinge a riflettere su come debbano evolversi le nostre case, su come sia sostanziale abbandonare quanto ha radici nell’“existenz minimum”, su come sia importante  – essenziale, prezioso per la collettività e per i singoli – incrementare la percentuale delle risorse che è opportuno investire nella qualità delle città e dei singoli alloggi. 

Nella casa multifamiliare a Posillipo tutte le abitazioni sono fortemente differenziate fra loro, hanno spazialità interne e identità singolari. Certo hanno anche dimensioni molto differenti, fra i 60 e i 250 metri quadri: tutte però hanno l’ambizione di disporre di un luogo centrale, un riferimento per l’insieme di ogni specifica unità. Tutte le singole abitazioni affermano continuità con gli spazi esterni, quelli comuni e anche i propri. Splendido poter vedere da uno stesso luogo aperture su fronti contrapposti, inquadrare simultaneamente lo sconfinato panorama esterno e la corte interna; splendido non sentirsi sempre compressi fra pavimenti e soffitti inesorabilmente paralleli, poter approfittare di introspezioni verso l’alto o verso il basso: uscire dal “piano”. In sintesi: sconfinare, non avere sensazioni di costrizione, nemmeno in spazi che nella realtà sono a volte minimi, di pochi metri quadrati. Poi poter abitare gli spazi esterni, un “orto urbano” sulla copertura o a piano terra: essenziali i luoghi per stare.

Le tecniche di comunicazione a distanza – lavoro, incontri, seminari, istruzione – che per lo più non coinvolgono insieme fra loro i componenti di una famiglia – ognuno a volte impegnato individualmente – spingono oggi a cercare spazi continui e al tempo stesso altamente flessibili, all’occorrenza isolabili non solo sotto il profilo acustico. Unione e separazione devono coesistere. Da tempo rifletto su come rendere possibile a chi abita una casa di modificarne gli spazi interni e su come consentire che queste trasformazioni possano incidere anche sull’aspetto formale dell’edificio: poter aprire una nuova finestra, coinvolgere gli spazi esterni, riposizionare una loggia. Ovviamente senza alterare la quantità complessiva dei propri spazi. Non mancano tentativi, ma il progettato “non realizzato” prevale. 

Era questa l’ottica di un casa multifamiliare che realizzammo con Riccardo Dalisi: quattro duplex, separati da un ampio piano orizzontale, a sette metri dal suolo, attraversato da un percorso fra una scala circolare aperta a sud e la modellazione del suolo a monte. Per i quattro ambiti in cui lo spazio veniva suddiviso, pensavamo a case progettate da quattro architetti diversi e per quattro distinti committenti. Alla fine – pur tentando significative differenze negli spazi interni e negli esiti esterni – li curammo solo noi. Ragionamenti di questo tipo sono nelle ormai datate ricerche e realizzazioni di Lucien Kroll del quale mi limito qui a ricordare l’emblematica esperienza delle “Mémé” (maison médicale) per gli studenti della Facoltà di Medicina dell’Università di Lovanio (1972). 

In Italia esperienze di questo tipo sono ancora impossibili: l’immagine della “facciata” è intoccabile, è di proprietà condominiale. Soffriamo di norme anacronistiche. Emblematici, ripeto da sempre, i danni di vario tipo dovuti a indici di edificabilità basati sul metro cubo invece che sul metro quadrato netto utile; gli impropri apodittici vincoli di altezza imposti agli spazi interni; la folle congruenza –appare i molti regolamenti – fra limite di cubatura / limite di altezza / massima superficie coperta. Siamo soffocati e appiattiti da una massa di norme settoriali numeriche e prescrittive: non è certo facile sostituirle con norme prestazionali comunque in grado di garantire elevati livelli di igiene, qualità dell’aria, qualità della luce e così via: ma questa difficoltà non deve scoraggiare coraggiosi tentativi in questa direzione.  

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